Aggomitolata nella poltrona, pareva non vivesse se non nel viso fattosi pallidissimo, quasi bianco; anche le labbra le si erano scolorite per l'ira, e gli occhi nel pallore mandavano una fiamma straordinaria. Aveva perduto la grazia di fanciulla ignara, che sembrava essere rimasta non tocca in lei; l'espressione della sfida, d'un orgoglio vendicativo, malvagio, le pervadeva tutto il volto.

Sarebbe stato difficile dire s'era più bella nelle ore di calma gioia o in quell'ora d'impeto furioso; certo la donna appariva d'un tratto, dritta sul busto, alta col capo, in tutta la sua forza felina.

—Gioconda, t'inganni!—interruppe Folco.

—No, non m'inganno. Sento che Ariberto Puppi non mi è stato mai amico. Forse anch'egli, come i tuoi, mi crede indegna perchè vengo da povera piccola gente e mi sono conservata pura tra le privazioni. Forse perchè la mia casa è fredda d'inverno e mio padre non è stato mai a Parigi, a Londra, e non si è mai ubbriacato di sciampagna?

—Gioconda!—esclamò Folco, movendo un passo contro di lei.—Non devi parlare in questo modo nè dei miei, nè di Ariberto! Te lo proibisco!…

La contessa tacque subito. Si alzò, andò alla finestra, scostò macchinalmente le cortine e guardò la folla nera nella strada.

—Ariberto mi ha rammentato che sono a Parigi per lavorare,—seguitò Folco con voce più calma.—Ho fatto male a non dirtelo; ne convengo; e te ne chiedo scusa. Credevo che pel mio lavoro tu non avessi più simpatia, e mi ripromettevo di lavorare solo. Ecco tutto. Ariberto non ha detto altro. Cioè, sì: ha dello che si augura di sapermi presto riconciliato coi miei e di veder te accolta dalla mia famiglia come meriti….

Fece una pausa, aspettando che Gioconda riconoscesse il suo errore.

Gioconda taceva.

—Hai capito?—seguitò Folco dolcemente.—Ti chiedo perdono di non averti riferito subito ogni cosa; non vi sono misteri nè tra te e me, nè tra me e Ariberto. Ho taciuto per una delicatezza esagerata, per non importunarti con i miei vecchi scartafacci. Non è una colpa….