—Io temo ch'egli non sia sincero,—rispose la contessa.
Folco frenò a stento un gesto d'impazienza.
—Ma che vuoi? Finora non ho avuto da lui se non parole molto savie: credo ch'egli mi sia veramente affezionato e che la sua amicizia onesta e la sua esperienza mi siano utili.
—La sua esperienza?—esclamò Gioconda.
Si rattenne un istante, poi soggiunse:
—Ma non mi hai raccontato tu stesso ch'egli ha corso tutto il mondo in cerca di piaceri? che non ha mai fatto nulla? che non ha esperienza se non di giuoco, di donne, di cavalli? Sono tue parole, queste, e me le dicevi quando io ingenuamente volevo chiamarlo papà o volevo facesse da padre a te.
—È verissimo,—rispose Folco.—Tuttavia, sotto un'apparenza frivola si nasconde un'anima diritta, che non oserebbe mai darmi un consiglio il quale non venisse da considerazioni di probità e d'onore.
La contessa non dissimulò un sorriso lievemente sarcastico.
—Sei molto ingiusta con lui,—osservò Folco.—Io vorrei sapere che cosa tu desideri. Forse ti dispiace che io riprenda a lavorare?
—Oh, no!—ribattè vivamente Gioconda.—Sono contenta che ti occupi dei tuoi studi!