—Forse vuoi che allontani Ariberto, senza un motivo, anzi quando ho motivo a essergli grato per le sue parole affettuose?
La giovane tacque. Rimaneva in lei l'impressione, ostinata, che
Ariberto fosse un nemico temibile; ma comprese che, neppur pregato,
Folco non se ne sarebbe potuto sbarazzare d'un colpo. Meglio era
attendere e vigilare.
—Non desidero nulla,—rispose freddamente.—Tutto sta bene come tu dici.
—Gioconda, te ne prego. Aiutiamoci a dissipar questo malinteso.
—Non c'è alcun malinteso,—assicurò Gioconda con la medesima freddezza.—Vorrei rimanere sola!
Folco la guardò, interrogativo. La vide pallida, con la fronte annuvolata. Varcò la soglia senza rispondere. Gioconda chiuse l'uscio. Folco udì girare la chiave nella toppa.
Allora egli afferrò la busta, i manoscritti, i libri che giacevano sul tavolino, e con un gesto desolato li gettò di nuovo nel baule.
Fissò l'uscio chiuso, domandandosi invano la ragione di tanta severità.
Egli non sapeva ancora che il peggior nemico della donna è colui il quale la convince d'avere avuto torto.