—Forse hai già trovato?—domandò.

—No,—rispose Folco.—Sono allegro per un altro motivo. Gioconda mi ha detto…. mi ha confessato….

—Ho capito,—fece Ariberto, sorridendo.—Sei papà: augurii!

—Ecco: e tu comprendi che in questo caso accetto qualunque posto senza discutere, purchè mi dia da vivere.

Ariberto voleva rammentargli i quattrini sciupati a Parigi per capriccio della contessa, i quattrini che in quell'ora sarebbero stati doppiamente preziosi; ma si frenò. Disse che il posto c'era: commesso agli stipendi della Casa Adolfo Scotti e C. Occorreva un certo coraggio ad accettarlo; bisognava star sulla breccia a viso aperto, servire il pubblico anonimo, trangugiar forse qualche boccone amaro. Stipendio, ducentocinquanta al mese.

Ariberto si guardò dall'aggiungere che la cifra dello stipendio era dovuta a lui, vecchio e cospicuo cliente della Casa; e disse invece che s'era voluto usare un riguardo alla persona di Folco.

—Tutto benissimo!—rispose Folco.—Non m'importa affatto di stare sulla breccia. A Milano ho poche conoscenze. Le persone di spirito, in ogni caso, mi daranno ragione: quanto agli imbecilli, non dobbiamo curarcene.

Ariberto gli strinse la mano senza parlare; Folco lo abbracciò. Poi corse a recar la notizia a Gioconda, che da molti giorni seguiva con paura, con trepidanza, la sorda lotta di Folco, e temeva non avesse energia sufficiente a superarla. Quando udì che Ariberto lo aiutava, il cuore le si allargò; aveva di lui un concetto strano, fra l'odio e l'ammirazione; il suo intervento assicurava, agli occhi di Gioconda, la vittoria.

—Ebbene,—le disse Folco,—ora credi che Ariberto mi sia amico?….
Non gli devo tutto in questo istante?

La contessa ebbe il suo sorriso enigmatico.