—E quando verrà questo giorno?—rimbeccò Delfina.—Fra un mese, fra un anno, fra dieci anni? Magari fra venti, anche; e la giovinezza di Gioconda sarà sfiorita tutta negli stenti.

La logica di sua madre appariva alla contessa inesorabile ed esatta. Per certo, ella si guardava dal pensar con desiderio alla morte del conte suocero; ma il periodo di prova durissima, tanto più dura in quanto era succeduto immediatamente agli splendori della vita parigina, poteva essere ben lungo.

Nacque intanto la bambina, Lillia.—La felicità di Folco aveva dell'esagerazione, della follia, dell'ubbriacatura. Mandò subito un telegramma ai suoi; fece avvertire Piero e Delfina che perdonava l'inganno del pellicciaio, anzi non lo rammentava più, e potevan venire ad abbracciar la figliuola. Cantava, saltava, si portava intorno la bambinetta bellissima, sordo alle raccomandazioni della levatrice, la quale gli teneva dietro perchè non la soffocasse.

Gioconda era contenta, ma d'un contento più pacato. Sorrideva, commossa alla felicità traboccante di suo marito, e guardava con amore la piccola Lillia che vagiva.

Aveva desiderato un maschio, un bel Manfredi, bruno con gli occhi avana iniettati di pagliuzze d'oro.

Le nasceva una femmina rosea, con un ciuffetto di capelli così biondi, che parevano bianchi.

Non se ne lagnò; le volle bene ugualmente, la curò con attenzione, palpitò ai suoi dolori, visse delle sue gioie.

—Io la chiamerei François Villon,—disse Folco in uno slancio di letizia.—Se non avessi tradotto François Villon, non ti avrei sposata e non avrei oggi Lillia.

—Che diventerebbe mai, povera Lillia,—riflettè Gioconda,—per imitare il tuo poeta?

Ma di repente le parole festose tacquero nella casa.