Una sera comparve Ariberto Puppi.
Egli veniva di rado a visitar Gioconda e Folco. S'era accorto che la contessa era gelida con lui, e quantunque non trovasse la ragione di quel contegno, non intendeva chiederla, nè far capire che aveva capito; poi Folco era l'intero giorno occupato, ritornava a casa la sera stanchissimo; non si sapeva quale fosse l'ora meno inopportuna per una visita. Da ultimo, Ariberto pensava che alla contessa, orgogliosissima, sapeva male forse ch'egli, compagno di cene e di svaghi a Parigi, vedesse la sua povertà presente; e per delicatezza stava lontano.
Folco gli corse incontro a ringraziarlo della visita inaspettata; ma si arrestò vedendo l'espressione dolente, grave, ch'era sul volto d'Ariberto.
—Folco,—disse questi dopo essersi inchinato alla contessa,—io devo compiere un incarico molto penoso.
—Mio Dio!—esclamò con voce soffocata il giovane.—Sta male la mamma?
—No; si tratta di tuo padre; devi partire subito.
—È molto ammalato?—interrogò Folco affannosamente.
—Molto. Parti subito.
Folco si gettò nell'altra camera a preparare una valigia.
Ariberto fece qualche passo, avvicinandosi a Gioconda.