Ma sarebbe stato peggio mostrarsi indifferente a una sciagura, che colpiva Folco nel più alto dei suoi sentimenti. La contessa non fu nè indifferente nè accasciata; tenne con dignità le gramaglie per diciotto mesi, e quantunque, tra mobili ed immobili, Folco avesse ereditati parecchi milioni, non si dipartì dalle abitudini di una vita modesta, badando solo che degli agi potesse godere Lillia.

Folco era stato percosso fieramente dalla morte improvvisa del padre.

A Perugia, nello studio del notaio, s'era trovato di fronte alla madre, alla sorella, al cognato; aveva sperato che la comunanza della sventura gli permettesse di esprimere loro la sua devozione.

Essi furono di marmo. Salutarono, entrando e uscendo dallo studio, con un cenno del capo; e perchè v'erano alcune disposizioni da prendere, ne diedero incarico al notaio, che s'intendesse con Folco (dissero, anzi, «col conte Filippeschi»), quasi avessero temuto di rivederlo.

Soltanto il cognato, Corradino Àutari, si ritrovò, come per caso, l'indomani dal notaio, e abbracciò Folco.

—Sai,—gli disse.—Testardi! È la razza.

—Io sperava,—rispose Folco timidamente,—di poter presentare mia moglie alla mamma e a Giselda…

Corradino levò le braccia al cielo.

—Non te lo sognare!—esclamò.—Giselda e tua madre ignorano che tua moglie esista: lo ignoreranno sempre.

E aggiunse, quasi come un ritornello: