Mai non avrebbe creduto che pure innanzi alla morte, pure in un giorno di grande lutto, le donne di casa Filippeschi sarebbero rimaste impassibili di fronte a lei e alla sua bambina. S'aspettava di giorno in giorno d'esser chiamata a una riconciliazione; ma più ancora s'aspettava che Folco la imponesse, che facesse prevalere il suo buon diritto e la sua volontà.
Allorchè, venuta l'ora della partenza, Gioconda dovette salire in treno per non tornar forse mai più a Perugia e far così incolmabile l'abisso che la teneva lontana dalla suocera e dalla cognata, il dolore e l'ira le pervasero l'animo.
Guardò Folco da capo a piedi, quasi lo vedesse la prima volta. Chiuso nell'abito nero, pallido in volto, gli occhi stanchi dalle lagrime, biondo, sembrava un fanciullo smarrito. Era un debole, un vinto; la volontà di lui al paragone della volontà di due donne, le quali erangli pur legate dai più stretti vincoli di sangue, non valeva nulla, non aveva significato alcuno; chiunque poteva passarvi sopra e calpestarla.
Era un debole.
Gioconda che si sentiva capace di perseguire anni ed anni, ora per ora, un suo disegno con paziente scaltrezza, con tenacità ostinata, con elasticità felina, aveva pei deboli un senso di commiserazione non troppo dissimile dal disprezzo.
Fu desolata, scoprendo che la volontà di due donne era più forte della volontà di suo marito. In un altro istante, presa come le avveniva, dallo sdegno, si sarebbe lasciata sfuggir dalle labbra parole amare; ma intuì che non doveva colpire di nuovo Folco già provato dalla sventura.
Tacque, si rôse dentro, pianse in silenzio.
E non gli perdonò.
La morte subitanea del conte, la ricchezza sicura, avevano allontanato l'uno dall'altra.
Folco si diceva che in causa di Gioconda aveva perduto la sua famiglia; che Gioconda a Parigi gli aveva impedito di lavorare, costringendolo a sciupar tempo in una vita la quale era, per quel momento, pazzesca. Tornarono, con gli agi, le idee d'ambizione letteraria, e il tempo perduto sembrava a Folco irreparabile.