Gioconda non dimenticava d'essere stata trattata da tutti i congiunti di suo marito come una donna che non si deve conoscere, che non si può ammettere in una casa onesta, come l'ultima delle femmine; e Folco non aveva saputo spezzare il cerchio di oltraggiante disprezzo in cui avevan chiusa la sua compagna, colei che portava il suo nome e gli aveva data Lillia.

Non dissero nulla, ma diventarono ostili l'uno all'altra. Nè Folco nè la contessa chiesero una spiegazione; pareva s'intendessero e sapessero già.

Durante il periodo di lutto, Folco potè riavere l'appartamento dei primi giorni di nozze.

Venivano in quella casa a passare la serata molti amici; alcuni di amicizia vecchia, come Ariberto Puppi; altri, i più, d'amicizia nuova, nata dalla ricchezza, farfalloni che accorrevano a tutte le luci.

Guardandosi intorno perchè si sentiva sola, Gioconda trovò Ariberto
Puppi, il nemico di ieri.

D'un tratto ella si ricredeva sul conto di lui.

Le eran bastate le parole dettele sottovoce, la sera in cui egli aveva annunziato la morte del conte:

—Andate anche voi! Accompagnatelo!…

V'era un senso amichevole, un consiglio affettuoso, un tono d'esperienza. La contessa n'era rimasta colpita come da una rivelazione; aveva guardato Ariberto Puppi allora e poi, di ritorno da Perugia, con occhi di curiosità indagatrice. Fosse veramente un amico?… Fosse, non ostante le bizzarrie e le monomanie, un uomo forte?

Gli sorrise, gli diede la mano, tornando; gli disse con calore: