—Sapete? Rammento sempre le parole di quella sera: «Andate anche voi!
Accompagnatelo». Qualche volta me le ripeto.

—Ecco, vi dirò, contessa,—rispose Ariberto con un sorriso. Voi credevate che io fossi, non so perchè, vostro nemico….

Gioconda si sentì arrossire.

—…. e perciò,—soggiunse Ariberto fingendo di non veder quel turbamento ch'era una confessione, avete dato un'importanza eccezionale alle parole che chiunque vi avrebbe detto in quel giorno di sventura. Vi siete stupita perchè non vi davo un cattivo consiglio…. Ciò è un poco offensivo per me; è un poco crudele da parte vostra….

—Vi domando perdono,—si lasciò scappare Gioconda, alzando gli occhi in volto ad Ariberto.

—Oh,—esclamò questi, inchinandosi a baciarle la mano,—non chiedetemi perdono di nulla. La colpa è interamente mia. Io sono, come dire? secco, angoloso, beffardo…. Voi siete pressochè ancora una fanciulla inesperta e le mie maniere vi sono spiaciute. Il torto era mio; voi avevate ragione….

—Allora, facciamo la pace?—disse Gioconda sorridendo.

—Non ne ho bisogno; non devo che continuare a essere vostro amico, come sono stato sempre.

Gioconda respirò.

Folco era freddo con lei; ma anche non fosse stato, ella sapeva bene che in un'occasione grave, in un'ora di battaglia, egli non avrebbe avuto nè l'energia, nè l'esperta sicurezza per consigliarla. Gli altri intorno erano bellimbusti, ganzerini che le facevano la corte e tentavano sviarla; uomini dei quali non si sarebbe fidata, ai quali non avrebbe mai detto parola che non fosse stata scherzosa o ironica.