—Non esageriamo,—interruppe Folco.—Non chiedo tanto. A me basta ch'ella non sia gelida e quasi repulsiva quando le parlo dei miei progetti…. Comprendo che Gioconda non deve essere l'apostolo del mio lavoro; ma non deve esserne neppure il nemico….

—E che t'importa?—disse Ariberto.—Bada: nelle tue parole c'è una grossa esagerazione: io non credo affatto che la contessa sia nemica del tuo lavoro. Ma voglio ammetterlo per un istante…. E che t'importa? Lavori per lei o per te? Hai una tua convinzione, un tuo concetto, una tua strada da percorrere, o non li hai? Non sei libero della tua persona, del tuo tempo, delle tue idee?…. In tutto questo la contessa non può nulla.

—È vero,—confessò Folco.—Ma in tutto questo manca il più bello: il sorriso d'una donna!…

Ariberto si alzò; gli pareva che la frase sentimentale fosse molto buffa, ma non volle rilevarlo. D'altra parte aveva parlato abbastanza; le accuse che Folco faceva a Gioconda erano tanto poco fondate, che sarebbero cadute da sole, e il giovane avrebbe riconosciuto alla prima occasione il suo torto.

—Io me ne vado,—disse Ariberto.

E rammentando alfine una delle sue mille infermità fantastiche, soggiunse:

—Ho un certo dolore, qui, al braccio sinistro….

Folco alzò le spalle, ridendo.

—Ti auguro—disse—di non averne mai altri!

Ariberto se ne andò: ma l'indomani vide la contessa, verso l'ora del tè. Folco era uscito; i soliti amici non erano ancora giunti. Ariberto disse: