—Ho parlato ieri a lungo con Folco.

—Di Francesco Villon, ahimè!—sospirò Gioconda.

—È dunque vero?—esclamò Ariberto sorpreso.

—Che cosa?

—È vero che non volete più udir parlare di Francesco Villon e di letteratura? Permettetemi di essere indiscreto. Io avevo osservato da tempo che in casa vostra c'è un po' di malumore: non siete felici e spensierati, ora che la felicità e la ricchezza vi arridono. La cosa mi è parsa bizzarra; e mi sono fatto lecito di parlarne a Folco.

—Avete fatto benissimo,—approvò la contessa.—Ed egli vi ha risposto che io non traduco più Villon con lui e che mi annoio a udirlo parlare della poesia francese del XV secolo…. Vi ha detto questo?…

—A un dipresso,—rispose Ariberto.

—Ma, caro amico, son due anni che ne sento parlare e son due anni che porto pazienza. Vedete di quali colpe mi accusa? Miserie, non vi pare?

—E perchè non lo lasciate parlare? Tutti noi abbiamo il nostro tic.

—Oh, sì,—esclamò Gioconda ridendo.—Voi avete il tic di parer moribondo.