—E tuttavia mi sopportate benissimo,—osservò Ariberto.

—Non vi sopporterei affatto se foste mio marito…. Del resto, io non mi curo di fingere, non ascolto pazientemente, non gli presto aiuto, non lo incoraggio nelle sue ambizioni. Lo confesso apertamente: e confesso che lo faccio apposta….

—Ma perchè? Perchè questa cattiveria?—interrogò Ariberto.—Così andrete di male in peggio, Folco è un bel giovane, ricco, elegante….

—Che cosa volete dire? Che un giorno potrebbe consolarsi con un'altra?

La contessa rise.

—State tranquillo!—soggiunse.—In ogni modo, farà quel che crederà….

—Quali capricci!—esclamò Ariberto.

Ma Gioconda gli posò una mano sul braccio.

—No,—disse recisamente.—Non sono capricci. Egli mi ha offesa e la mia indulgenza è finita con lui…. Non fate quel viso di stupore! Mi ha offesa col permettere che sua madre e sua sorella mi tenessero lontana come una cosa immonda, e non mi stendessero le braccia neppure il giorno in cui io accompagnava lui ad un pellegrinaggio di dolore…. Capite questo, caro amico?

Ariberto non rispose.