—Ebbene: Folco mi ha offesa. Io non gli ho perdonato. Non so se gli perdonerò mai.
—Andiamo, via!—fece Ariberto.—Dovete riconoscere che la partita era difficile da giuocare; non poteva già condurvi in casa Filippeschi contro la volontà di sua madre….
—Doveva far comprendere che la sua volontà sola esisteva ormai!…
—Occorreva una forza eccezionale,—disse Ariberto.—E Folco non l'ha.
—Ah, esclamò Gioconda con un sorriso ironico.—Voi credete dunque che essere debole sia un'attenuante agli occhi di una donna? Io non so se di donne vi intendiate: mi hanno detto che sì. E allora dovete saper meglio di me che le donne vogliono, hanno bisogno d'un padrone; una donna che ha per marito un uomo di carattere debole è sola nel mondo, è indifesa: e dacchè sono stata a Perugia e ho visto Folco lasciar vincere e stravincere contro di me sua madre e sua sorella, io ho avuto la sensazione di essere sola….
—Non potete dimenticare,—osservò Ariberto, che Folco vi ha dato un gran nome….
—Ah no!—interruppe Gioconda.—Un gran nome? Ma se i Filippeschi mi ignorano? Ma se devo confessare che non ho mai messo piede a palazzo Filippeschi, e non so nemmeno se mia cognata Giselda è bionda o bruna, se mia suocera è alta o piccola?… Quale diverso trattamento mi avrebbero fatto i Filippeschi, se Folco mi avesse tolto dal fango della strada? Dite voi….
Ariberto non disse nulla. Cercò degli occhi il suo bastoncino d'ebano, vi si appoggiò lievemente e si rivolse a Gioconda:
—Ora, contessa, credo che Folco sia meno crudele di voi, certo meno severo. Egli riconoscerà il suo torto….
—Purchè non sia troppo tardi!—mormorò Gioconda.