Era venuto a far parte del gruppo un giovane di trent'anni, Stefano Forcioli, che gli amici chiamavano Nenni. Di media statura, tutto muscoli, bruno in volto, asciutto, angoloso, dava a capire immediatamente ciò ch'egli era: un domatore di cavalli. Appassionato per gli svaghi sportivi, ma in modo speciale per l'ippica, possedeva una scuderia da corsa, la quale gli costava non soltanto molti quattrini ogni anno, ma cure infinite e tempo. A vederlo, lo si immaginava subito in tenuta da fantino, giubba nera su calzoni bianchi, la frusta sotto il braccio, le braccia tese, il corpo curvo come in agguato, nello sforzo supremo del galoppo finale.

Ariberto lo conosceva da tempo. Non aveva fama di donnaiuolo. Tuttavia Ariberto avrebbe voluto vederlo meno assiduo al tè della contessa Filippeschi, mentre Nenni non mancava a un solo. Ariberto pensava a ciò che la contessa gli aveva detto un giorno: le donne han bisogno d'un padrone; ed ecco il padrone: quell'uomo da scuderia, abituato a ordini secchi, brevi, a forzar cavalli all'ostacolo, a levarsi poco dopo l'alba, a lavorare tutto il giorno come uno scozzone.

Era il contrasto di Folco; questo, fine, amante delle buone lettere, coltissimo, con una fantasia impressionabile e con animo aperto alla bellezza; l'altro, duro, chiuso a tutti i gusti d'arte, imperioso e laconico.

Ariberto fingeva sorriderne. Nenni non faceva la corte nè a Gioconda nè a Vittorina: aveva per l'una e per l'altra nulla più che la premurosa cortesia del gentiluomo verso la donna; mai non gli usciva dalle labbra un complimento, mai non pareva accorgersi nè della bellezza e dell'eleganza di Gioconda, nè della grazia e della civetteria di Vittorina. Mandava fiori di tanto in tanto, come s'usa, accompagnava l'una signora o l'altra alla passeggiata, indifferentemente; era impossibile capire s'egli avesse una preferenza.

—Uhm!—disse Ariberto.

E tentò scoprire terreno con Gioconda, un giorno in cui Nenni era assente.

—Credo che quell'analfabeta non vi dispiaccia, cara contessa….

—Oh, a proposito,—interruppe Gioconda,—voi che lo chiamate sempre analfabeta, guardate qua, come sa scrivere bene….

—Ah, è capace di fare la sua firma?—esclamò Ariberto.

E prese la lettera che Gioconda gli porgeva e la volse e la rivolse: una calligrafia verticale, alta, precisa come uno stampato; la calligrafia d'un uomo risoluto e tenace.