Non era più la vita dei salotti; l'autunno aveva ormai circoscritto i convegni, e la società elegante si ritrovava nelle sale dei grandi alberghi sulla Riva degli Schiavoni o lungo il Canalazzo. Ivi i ricchi stranieri che avevano amicizia con l'aristocrazia veneziana, davano pranzi e feste: e le riunioni eran tanto curiose e vivaci, quanto e meglio che quelle della società consueta.

Gli stranieri si dilettavano di recarsi dopo pranzo in gondola alle serenate, per udir le canzoni e per vedere i palloncini che si riflettevano dalle barche dei cantanti nell'acqua scura. Filippo, che a quei pranzi doveva spesso partecipare, si destreggiava sempre in maniera da evitare il supplizio delle canzoni, e tornava presto a Loredana per uscir con lei in gondola, lontano, nell'ombra del Canal della Giudecca, dove il silenzio era stupendo.

A una di quelle feste date da stranieri in un grande albergo, Filippo non fu poco sorpreso di trovare lo zio Roberto.

— Tu qui? — gli disse Filippo, con espressione di piacere.

— Ti dirò poi; usciremo insieme, — rispose il vecchio.

Alla festa erano intervenuti madame Lodge, una parigina bionda (bionda o tinta?) e una mistress Stewart col marito, il signor Stewart, il quale era un grande cacciatore di galli di montagna.

V'era la principessa Stephen, una viennese di trent'anni, che girava il mondo; suo marito girava il mondo dall'altra parte e non s'incontravano mai. La principessa parlava costantemente dell'anima e si faceva corteggiare di preferenza dagli ufficiali. Ella era tutta vestita di bianco, tre giri di grosse perle al collo, merletti bianchi sullo strascico; ma aveva le scarpette d'oro come mademoiselle de Toulouse.

Mademoiselle Lucienne de Toulouse, di passaggio a Venezia con la madre, abitava a Singapore, aveva diciotto anni, sapeva quattro lingue ed era molto insolente; non la si vedeva mai senza il portasigarette d'argento stellato di turchesi e una piccola borsa a maglie d'oro. Parlava di tutto, a grande velocità. Il conte Roberto stava ad udirla con una maraviglia così schietta, che Filippo scorgendolo non potè trattenersi dal ridere. Egli conosceva bene quei convegni di gente venuta da tutte le parti del globo, non legata che da vincoli di cortesia, pronta a ripartire domani per il Polo Nord o per l'Africa o per qualunque paese dove la noia fosse minore e la moda imperasse; di volta in volta ricomparivano vecchie conoscenze e si ingrossava la schiera delle nuove.

Il signor Stewart, ad esempio, passava a Venezia quindici giorni ogni anno, da trent'anni; e Filippo l'aveva sempre udito parlar della caccia al gallo di montagna; sopra gli altri argomenti il signor Stewart non nutriva alcuna opinione; onde Filippo aveva preso tanto in uggia il gallo di montagna, che avrebbe dato la caccia al cacciatore.

Ma in quelle riunioni di stranieri infierivan l'amoretto, il piccolo intrigo, ciò che le persone bennate chiamano flirt, e mademoiselle de Toulouse e la principessa Stephen avevano un flirt a ogni angolo della sala; e abitualmente a Vienna, a Biarritz, a Zermatt, al Cairo, ad Aix-les-Bains, ovunque le signore si recassero, il flirt si ripeteva con altri personaggi e con lo stesso effetto; Filippo, sapendo il giuoco, vi si prestava per cortesia, senza mettervi alcun impegno, come chi arrischia una partita per ingannare il tempo.