Era comparso sulla terrazza il conte Filippo Vagli, colui che per lunghi mesi la società elegante capitanata da Fausta di Montegalda aveva chiamato « il povero Flopi ».

Molti fili argentei intessuti ai capelli un giorno tutti neri, il cerchio grigiastro intorno agli occhi, le spalle un poco appesantite davano l'impressione che Filippo fosse invecchiato repentinamente. Egli era sempre ilare e sereno, ma chi l'avesse fissato con attenzione si sarebbe accorto che la tranquillità e l'allegria di cui dava prova eran dovute a un continuo sforzo, a una instancabile vigilanza sopra sè medesimo.

Quando egli si credeva non osservato, la sua fisionomia mutava d'un tratto, quasicchè la maschera gli fosse caduta, e allora si vedeva l'uomo ferito mortalmente da un'angoscia insanabile, torturato da qualche desiderio, malcontento di sè e degli altri, disperato di poter mai più trovare un bene nella vita. Poi l'orgoglio lo riafferrava, si guardava intorno nel timore che qualcuno gli avesse letto dentro l'anima, e riprendeva la sua maschera di gaiezza e di contento.

Queste alternative, così notevoli che si sarebbe detto che due caratteri albergassero nello stesso corpo, non erano sfuggite all'occhio degli amici; e specialmente tra i più giovani, una simpatia silenziosa s'era formata per Filippo Vagli.

Colui che aveva sentito fare strazio del proprio nome da una folla avida di scandalo, aveva visto la stessa folla ammutolire innanzi a un dolore alto e sincero, a guisa del molosso che s'accovaccia ai piedi del padrone. Filippo avrebbe dato metà del suo sangue per vivere ancora tra i sibili e i cachinni della maldicenza piuttosto che tra le nuove manifestazioni di rispetto, nelle quali egli sospettava una mal celata pietà. Ma tutto era finito, ogni cosa era miserabile, e mai come in quel tempo s'era sentito tanto lontano da ciò che faceva, dall'esistenza frivola alla quale s'era dovuto acconciare, e che sembrava non lasciargli un'ora libera.

Egli gettò un'occhiata al gruppo, e salutò da lontano. Aveva visto tra gli uomini Paolino Berlendi, che con quel suo carattere scapato, sventato, impertinente e, nel fondo, generoso e sentimentale, gli rammentava un altro; Filippo si studiava di non mostrare a Paolino l'antipatia che quella somiglianza morale gli aveva ispirato.

Entrò, e volse a sinistra.

— Va a fare la sua corte alla Fioresi, — disse Fausta, che lo seguiva con l'occhio.

In fondo alla terrazza, a sinistra di chi entrava, Giselda Fioresi era seduta con la madre.

La fanciulla dalla chioma fulva indossava un abito leggero color turchino con le maniche di prezioso merletto. S'era fatta più bella, il suo corpo s'era invigorito e sul volto le si diffondeva un'espressione che non aveva mai avuta, quell'espressione di riposo che è propria di chi giunge a una meta dopo lunga guerra.