— Ti dirò io come puoi essere scusato, — rispose il conte Lombardi. — Vieni a pranzo da noi, domani. È detta?
— È detta! — ripetè Filippo, pensando che aveva sperato di ripartire subito, ma che a quel secondo invito bisognava arrendersi.
— Ecco, benissimo, — osservò Ada de Idris. — Domani vai a pranzo da Lombardi, e domani l'altro mi accompagni a Vittorio, da Leopoldo, e ti fermi da noi.
— No, cara, — disse Filippo recisamente. — Ho da fare qui.
— Ha da fare a Venezia, in luglio! — esclamò la contessa Osvaldi, ridendo. — Voi avete da fare a Milano, a Torino, a Venezia! Mi sembrate un ministro....
— Anzi, la negazione d'un ministro, — corresse il conte Lombardi. — Un ministro non ha mai da far nulla, in nessun paese del mondo!
Filippo non seguì oltre la conversazione; s'avvicinò a uno dei poggiuoli, gettò un'occhiata distratta in Canalazzo, dove non passava che una gondola lenta.
Quei discorsi, quegli accenni a persone e ad abitudini familiari, quelle amiche, tutto lo noiava. All'infuori di sua madre, nessuno pareva conoscere l'ultima scappata di lui; ma le poche parole scambiate in quei brevi istanti, gli facevan comprendere che si sarebbe saputo tutto da tutti, poco più tardi.
La sua vita, la vita a Venezia, tra quella società aristocratica tanto esigua di numero, era troppo nota, confidenziale, metodica. Si svolgeva sempre tra le medesime persone, che ripetevano, senz'accorgersi forse, le medesime occupazioni, ogni anno, ogni giorno. Le donne erano strette in gruppi; gli uomini erano stretti in gruppi; nulla poteva sfuggire in quel circolo nel quale egli pure era chiuso da anni.
Giselda Fioresi gli passò daccanto col suo fascicolo di musica.