L'ostessa respirò e non rispose altro, racconsolata.
La Teobaldi fece come aveva detto. La mattina seguente, alle otto, montò in carrozza, giunse a Peschiera, spedì il telegramma senza leggerlo, si fece rilasciare una ricevuta, e tornò a Sirmione.
Sulla soglia dell'albergo trovò l'ostessa, che appena la vide, le andò incontro col più schietto de' suoi sorrisi, e le disse:
— Veda, signora Clarice. Io ho chiuso l'appartamento del conte Vagli. Queste sono le chiavi, e vorrei pregarla di tenerle lei.
Clarice le prese, le mise in tasca, e rispose:
— La ringrazio; penserò io a tutto. La ringrazio molto.
L'ostessa aveva parecchie domande da fare, ma non osò.
— Anche la signora contessa, — osservò rientrando, — sarà contenta che le tenga lei, perchè le voleva bene.
— Ah sì, che sia benedetta! — esclamò la Teobaldi. — Mi voleva bene, mi stimava, mi considerava. Giovane come l'acqua, ma testa fina!...
E a vincer la tentazione di spiattellare ogni cosa, s'arrampicò bofonchiando per le scale, e riparò nella sua camera.