Vi sarebbe restata tutto il giorno, contentandosi di mangiare il prosciutto e l'uva che s'era comprato a Peschiera, se verso le quattro non fosse accorsa l'ostessa trafelata a chiamarla.
— Venga, signora Clarice, — ella disse alla Teobaldi. — È arrivato il signor conte, e desidera parlarle.
La Teobaldi arrossì per l'emozione.
— Il signor conte? — ripetè. — È già arrivato? Desidera parlarmi?...
Si diede un'occhiata, per incosciente civetteria, in uno specchio che la faceva verde; si aggiustò i cernecchi grigi, si diede un colpo di mano alla veste, e finalmente seguì l'altra, che aveva frenato a stento l'impazienza.
Sotto l'atrio trovarono Filippo, che passeggiava nervosamente, a testa bassa, arricciandosi i mustacchi. La Teobaldi si sentì stringere il cuore, vedendo quel viso sbiancato: si sarebbe detto che in così poco tempo Filippo fosse dimagrito e che una mano invisibile lo curvasse un poco.
XVI.
— È lei la signora Teobaldi? — egli domandò con voce spenta a Clarice. — Ha lei le chiavi dell'appartamento?
Clarice si presentava già, le chiavi in una mano e la ricevuta del telegramma nell'altra.