Filippo diventò subitamente pallido.

— È stata male? — ripetè. — Per carità, mi racconti, mi racconti tutto.

Allora la Teobaldi depose cautamente le sottane sulla tavola, prese una sedia ella pure, e raccontò dell'arrivo di Emma, dello svenimento di Loredana, dell'invio del telegramma, senza obliare l'incidente più piccolo, senza dimenticar parola, quasi avesse scritto ogni cosa ed ora rileggesse.

— Ma come ha potuto sua madre ricondurla a Venezia, se stava male? — esclamò Filippo, quando l'altra ebbe finito. — Come ha osato commettere questa cattiveria?... Ah Loredana, Loredana, Loredana!...

Egli chiamò l'amante a voce alta, quasicchè ella avesse potuto rispondergli, ed era nel suo viso una tale espressione d'ambascia, che la Teobaldi restò inchiodata sulla sedia, senza trovare una frase di conforto.

— Lei non sa, — riprese Filippo, — lei non sa, non imagina che cosa sia Loredana per me: è la vita, capisce? Me l'han portata via, come si strappa un balocco dalle mani di un fanciullo, e vorrebbero ch'io tacessi, che figurassi anzi quasi un complice, che non la vedessi più.... Non veder più Loredana, le pare possibile?

La Teobaldi fece un gesto disperato con le mani, come a dire: « Impossibile », ma il gesto richiamò Filippo alla percezione della realtà; sentì quasi meraviglia di trovarsi di fronte alla vecchia dalle sopracciglia al nerofumo e di sorprendersi a parlarle con tanta confidenza. Mutò voce, e disse:

— Vogliamo riprendere il lavoro?

Clarice riprese tosto, e, curva sul baule, sostando ad ogni poco, trasse tutta la biancheria e ve la rimise lentamente.

— Lei è di Venezia? — domandò Filippo, dopo una pausa.