—Io vorrei che per un istante dimenticassi noi e non vedessi che mia sorella ammalata. Potresti in coscienza abbandonarla senza cure, lasciarla vivere a capriccio?… Pensiamo a questo, Cesare!… Noi non saremmo felici….

Egli cadde nella rete; con la mano tesa, inoltrò verso Emilia, e stringendone la mano:

—È vero,—disse.—È vero; non possiamo abbandonarla…. Come ho dimenticato tutti i sacri doveri della mia arte?… Mi sono mutato!… Ella deve stare presso di noi: da un giorno all'altro, qualche grave crisi può sopraggiungerle.

Il colpo arrivò così crudele alla donna, ch'ella sentì un ronzìo nelle orecchie, e ne rimase stordita; ma sottraendo la mano, perchè il Lascaris non ne avvertisse il tremito febbrile, ebbe la forza di non retrocedere:

—Una crisi imminente…. Imminente!… I suoi sogni, le sue pretensioni, la triste follia che noi condannavamo senza pietà; tutto, forse, è il sintomo del male…. E non v'è speranza!—ella esclamò, sussultando da capo a piedi.—Nessuna speranza!

Il medico tacque.

Con lo spirito lontano dalla realtà presente, s'interrogava; notava attonito l'oblio in cui era caduto sùbito, al primo divampar della passione, quell'oblio di sè stesso, pel quale non aveva visto in Roberta se non l'ostacolo da infrangere, la debole da vincere, la larva da distruggere.

Il cuore, la mente, annebbiati dall'egoismo senza confine degli innamorati, avevano avuto per la fanciulla contemplazioni malvage, sensi d'odio, o fugaci desiderii perversi; non mai uno slancio durevole di tenerezza e di casta sollecitudine!

Egli n'era atterrito, e taceva pensando.

Ma d'improvviso, riudì la voce d'Emilia, che mormorava: