Ma prigioniera ormai d'un mostro dai tentacoli enormi, che le succhiava sangue e midolla ad ogni passo.

Urtò a bella posta nel tavolino, per richiamar la sorella.

Emilia diè un sobbalzo, levandosi repentemente sul gomito; guardò
Roberta, ancòra con lo sguardo velato dal sogno.

—Vado a Nervi,—disse la fanciulla.—Tornerò per il pranzo.

—Vuoi che ti faccia accompagnar dalla cameriera?—domandò Emilia, dopo un istante in cui aveva sperato invano una parola di scusa pel modo brusco col quale Roberta l'aveva strappata alla breve quiete. Ma tremava intanto; sulle labbra della donna un'altra domanda, trattenuta a forza.

Poco prima, in camera di Roberta le era venuta alle mani una salvietta arrotolata quasi rabbiosamente, e largamente fradicia di sangue; testimonio orribile del male ricomparso. Non osava parlarne, sentendo che la sorella medèsima voleva tacerne, per paura, forse per disdegno di conforto.

—No. Vado sola; devo comprar qualche cosa pel mio ricamo. Andrò sola.

La voce erasi fatta rauca, incerta, con alterni suoni di metallo prossimo a fendersi.

—Non fi stancherai?—osservò timidamente Emilia.—Se tu aspettassi fino a domani? O vuoi mandare a prendere una carrozza?

—Stancarmi? Andare in carrozza?—ripetè la giovanetta.—Si direbbe che tu mi credi sempre in agonia.