Entrò sotto il peristilio della stazione, seguendo il facchino impadronitosi degli oggetti ch'ella aveva posato a terra.

Ritirò la tessera. Contava recarsi a Nizza, verso quelle coste di Francia, ch'ella aveva tante volte sognato, verso quella Parigi, che le sembrava chiusa da un velario d'oro, oltre il quale erano gioie insidiose ed ebbrezze ignote.

Proveniente da Milano, il treno per Ventimiglia era in ritardo di trenta minuti; la giovanetta si recò nella sala d'attesa.

Sedette; sentì che il male e la stanchezza precipitavano su di lei con peso inesorabile; doveva fortemente resistere per non curvare le spalle, per tener gli occhi aperti; ma portava spesso la mano al collo, al petto, dove un'arsura di fuoco la divorava; batteva la lingua contro il palato, temendo d'assaggiar l'orribile sapor dolciastro del sangue.

Ebbe di nuovo il movimento brusco per volgersi a guardare se non le stesse alle reni uno spettro visibile; s'accorse di ciò che faceva, e rabbrividì pensando che aspettava la morte e poteva giungere la follia.

Dove andava?… Non aveva scritto in fronte l'angoscia e il terrore?… Perchè la guardavano tutti?… Che cosa diceva il suo volto?…

A fatica si alzò e andò fino a un grande specchio nel mezzo della parete centrale. Il suo volto diceva che in un sol giorno la freschezza della giovane età era smarrita per sempre; magre e pallide le guance, accese le labbra, cerchiati gli occhi d'un giro lividastro; poteva essere bella, per la straordinaria espressione di sfinitezza e per la grande ombra di malinconia.

Poichè udiva dei passi, il dovere della vita la riprese, e finse d'acconciarsi il veletto; ritornò al divano, studiandosi d'allargar le spalle e d'ergere il busto.

Era prudenza, forse, passar la notte a Genova e partire il giorno appresso.

Cercò il facchino con lo sguardo, per consegnargli le valigie e farle recare a gualche prossimo albergo. Aveva deciso d'essere prudente, di fermarsi a Genova, di riposare.