E con l'orrore abituale in lei per ogni veemente dibattito, guardava in fronte l'avvenire, il quale si presentava amarissimo, qualunque via ella avesse percorso; e innanzi al mare fremebondo, alle ondate gigantesche, al cielo seminascosto sotto nubi tempestose, innanzi allo spettacolo ribelle, provava l'impeto di gridar la sua disperazione, di confondere la voce del suo furore inutile con la voce assordante di quel liquido furore, che si lanciava alla spiaggia, dopo aver già forse travolto uomini e navi.
—Fa bene quest'aria, signor Lascaris, non è vero?—domandò Roberta, sorbendo ancòra l'aria pregna di sali.
—Ma non si esponga al vento così,—osservò Cesare, mentre pensava che sotto la gioia della giovanetta si celava tuttavia la molestia d'un'idea roditrice.—Venga più qua; si ripari dietro queste rocce.
Alcune rocce grigiastre bucherellate formavano una specie di profonda insenatura, e drizzandosi fino all'altezza della strada, porgevano un ricovero naturale dalle raffiche del vento. Nella insenatura profonda, le onde si scaraventavano una sull'altra bianchissime, andavano a battere contro il fondo, si ritorcevano, ed erano risospinte dalle sopravvenienti, con vece assidua, con un ribollir di schiuma più candida del latte. Lo strepito risonava enorme.
Roberta sedette molto in basso, dove giungevano talora gli spruzzi minutissimi dei flutti; più in alto sedettero Cesare ed Emilia, e sul principio Roberta si voltò a guardarli di tanto in tanto, additando senza parlare i cavalloni, che giungevan da lungi e si precipitavano entro la piccola baia.
Poi stette, assorta, e sembrò aver dimenticato i compagni, per seguire qualche suo pensiero non anco definito e infantilmente triste.
—Che cosa Le ha detto, ieri, mia sorella?—domandò Emilia, girando a un tratto la testa verso Cesare.
Sorrideva, con una fuggevole vampa di rossore sul volto; e bastaron quel sorriso, l'espressione involontariamente carezzevole degli occhi, per segnare un passo grande sulla via delle confidenze.
Emilia pensò più tardi,—quando tutto era già per sempre finito e la sua esistenza era per sempre tracollata negli abissi della disperazione,—pensò che la sventura aveva avuto origine da quel suo moto irriflessivo…. Perchè non tacere? Perchè spiegarsi, animando le speranze dell'uomo, più forti quanto più gravi si presentavano gli ostacoli alla lustra di felicità, cui l'uno e l'altra sognavano?
Ma ormai, la frase le era sfuggita dalle labbra: