Dovevano recarsi il giorno appresso a una gita, a Mont'Allegro. Vi andarono, salendo da Rapallo al monte, Emilia sopra una quieta giumenta, Roberta con un asinello piagato che l'aveva commossa sino alle lacrime, quantunque avesse poi finito col batterlo; e Cesare a piedi.
La guida, un ragazzotto esile e sciocco, li esilarò co' suoi spropositi di storia e di lingua. Dava a Roberta il titolo di signora, credendola moglie del Lascaris, e di signorina a Emilia, ch'egli supponeva la cognata di Cesare….
—Signora, signorina, è poi lo stesso,—egli comentava col dottore.—Io, di queste mariuolerie non m'intendo….
La fanciulla rideva a gola spiegata; anche Emilia trovava qualche sorriso; Cesare stava presso la ragazza, lasciando la guida a fianco della donna.
Roberta era a cavalcioni della bestia; per un malinteso, mancava la sella acconcia, e la giovanetta aveva bravamente inforcato la sua cavalcatura.
—Su, ritta: i gomiti ai fianchi; nella staffa, appena metà del piede,—suggeriva Cesare, fingendo una partita d'equitazione.—Non tormenti il puro sangue colle redini del morso: andiamo, trotto leggiero! Battute giuste in sella!…
—Oh, insomma,—gridava Roberta, irritata e ridente.—Vuol lasciarci tranquilli?…
A poco a poco, le dolsero i ginocchi: la presenza del Lascaris la impacciava, togliendole la libertà di mutar positura. Infine, poichè l'asinello s'era fermato a brucar tranquillamente l'erba, ella riprese la sua arditezza infantile e pregò Cesare d'aiutarla a scavalcare.
Fu quello l'istante, in cui l'abitudine mentale di considerar la giovanetta come una larva che non provava e non comunicava alcun fluido di desiderio, spinse il Lascaris alla temerità estrema.
Egli cercò di trar Roberta d'arcione afferrandola pel busto; non vi riuscì, e la cavalcatura avviandosi in quel punto di nuovo, Cesare non esitò a passare una mano sotto le vesti della fanciulla, ad allargarne le ginocchia indolenzite, e a strapparla di sella in tal modo, rapidissimamente.