—Oh, ve ne prego!…—ella interruppe, Avvertendo una vampata di rossore salirle alle guance e alla fronte, per l'acuta indagine, la quale pareva emergere da un di quei sogni, che non dànno tregua, e popolano la mente di fiamme, e soffian sulle carni.
Cesare le afferrò di nuovo le mani, le trattenne, inginocchiato presso di lei, parlandole quasi all'orecchio.
—Ascoltami, Emilia, e rispondimi. La tua anima non ha più segreti per me; essa vive con la mia, da lunghi giorni, da mesi…. Perchè sottrarla alla gioia?… Perchè odii il mio amore, se ancòra non si è espresso? Non è una passione della quale tu debba arrossire. Non è un ingannò. Forse, colmerà la lacuna de' tuoi sogni…
Emilia pensò in quel punto:
—«Davvero, dunque, la mia alcova è chiusa invano…. Qualcuno vi passeggia in ispirito ogni notte….»
Il rossore bruciante che di nuovo soffuse il volto della donna, fece pensare a Cesare:
—«Ah, quest'abito nero sarà l'ultimo, che me la tolga allo sguardo!»
Avvenne una pausa brevissima. Si guardarono negli occhi, sentendo quasi tattile il nembo del destino che li avvolgeva.
Era qualche cosa tragica, fra loro, come un urlar lontano di lupi famelici, che a mandra lascino le steppe nevose, per addentrarsi ov'è speranza di preda. Grandi visioni li turbavano, inesplicabili visioni d'altri luoghi e d'altri tempi. La passione quasi taceva, innanzi al mistero di due anime congiunte da ineluttabile fatalità…. Era il silenzio minaccioso, il quale precede un terribile duello?… Era la corrente del fascino, irradiatrice d'ultimi bagliori, prima che i due corpi balzino, s'allaccino, si travolgano nell'eternità?
Ascoltavano come lo stormire di una immensa foresta.