Emilia si scosse la prima, bruscamente, atterrita. Udì le parole intime dell'uomo, e le interruppe con un grido, chinandosi su di lui:
—Ma io, io, non vi conosco, Cesare!… Io non so chi voi siate!…
Che cosa avete fatto di me?
—È vero,—disse il Lascaris.—Hai bisogno del mio passato, Emilia, per giudicar del nostro avvenire.
—Neppur questo,—ella seguitò, con voce profonda, quasi mistica nel silenzio vivo del giardino.—Neppur questo, Cesare. I fatti son forse ben poca cosa, in paragone dei sentimenti…. Ma io non so il vostro animo…. Chi siete? Ditemi chi siete! Che cosa volete da me? Vedete come sono triste? Non vi manca il coraggio di prender parte alle mie angosce? E perchè volete sacrificarmi il vostro avvenire?…
Così parlando, ella non ebbe forza a trattenere un affettuoso gesto istintivo, in cui la sorella pareva confondersi con l'amante; e le sue mani sfiorarono i capelli del giovane, e vi s'indugiarono in una mite carezza.
—Dimmi che mi ami, prima!—egli esclamò, stendendo le braccia a cingerle il busto, con un gioioso slancio di vittoria.
Le cercò avidamente la bocca, e la risposta migrò da labbra a labbra, non udita nemmeno dalle pallide foglie immote. Ma poichè Emilia sentiva la stretta divenire ardente, e il suo cuore e il cuore dell'uomo precipitare i battiti come nell'ora delle supreme follie, ella aggiunse:
—Lasciami!… Lasciami!… Lasciami!…
E si scostò con un balzo.
Da quel punto, tutto aveva mutato significazione. Il passato era sepolto nell'oscurità; non fiammeggiava di fronte ai due innamorati se non il futuro, un'ampia via pagana, che luccicò un attimo visibilissima ai loro sguardi; poi essa pure si spense, e Cesare ed Emilia si ritrovarono nella notte, nel chiosco, entro il circolo delle cose reali, che dovevano essere vissute ad una ad una. Nero si drizzò inquieto. Aveva udito romore e scrutava nel giardino grigiastro, le orecchie aguzze; cominciò a ringhiare, e si slanciò fuori d'un tratto, abbaiando distesamente.