—Senti che silenzio?… Dorme…. Non la sveglieremo…. Suvvia, anima, non rifiutare!

—Ma non capisci?—esclamo Emilia, volgendosi a guardarlo.—Non capisci che rifuggo dal condurti nella casa dov'ella dorme…?

—Di che cosa siamo colpevoli, Emilia?—rispose Cesare.—Quando vivrai dunque per te, senza spettri? Manchi di fede a qualcuno? Sono io legato a qualcuno? Siamo liberi; ci amiamo…. Perchè devi arrossire?

E camminando per il chiosco, seguitò concitato:

—È dunque vero che hai rinunziato a vivere! Non potevo credere, tanto la cosa è triste e strana! Ti vergogni d'amare, e ti avveleni ogni istante di gioia! Dovrò nascondere la passione ch'è il mio orgoglio, per lasciar dormire i tuoi scrupoli?

—Cesare!—implorò la giovane, fermandolo e prendendogli una mano.

Esitava; guardava ora lui, ora la villa assopita coi due palmizii i quali ne vigilavano il sonno.

—Vieni!—disse rapidamente.

Cesare spense la lampada sulla tavola, ed uscirono dal chiosco.

Il giardino susurrava con un brivido ignoto alla vita diurna, e il gracidar delle rane era cessato; ma certi fiori che non s'aprono, se non nell'umidità dell'ombra, effondevano un profumo di notte romantica ed antica. Emilia pensò alle sere innocenti in cui scendeva ad aspirar la fragranza selvatica di quei fiori, tra i quali le lucciole nottiludie vibravano i loro piccoli lampi.