Cesare la sentì staccarsi e avventurarsi nella camera, francamente, con l'infallibile destrezza dell'abitudine. Egli aveva trovato il vano della finestra, e vi stava immoto.

Non mai un più energico dominio di sè stesso gli era stato imposto; si curava ben poco del pericolo, si rideva dell'uscio aperto. A due passi da lui, l'amante si spogliava tutta, e rivestiva la molle veste notturna. Oh, giungere alla donna invisibile, e sentirla palpitare fra le braccia!… Vi doveva essere un momento in cui l'oscurità ammantava il corpo nudo di Emilia, e glie la sottraeva allo sguardo innamorato. Egli pensava alla sventura dei ciechi, profonda come un abisso.

E sussultò, udendo; la voce della donna mormorare sommessamente:

—Ecco; ora vado…. Aspettami…. Tornerò sùbito….

Egli protese le braccia nell'ombra, bevendo, il profumo della giovane discinta; ma non riuscì se non a sfiorare una mano di lei, che non si lasciò attrarre.

—Aspettami,—disse ancòra Emilia.—Dopo, sarò più tranquilla.

Cesare si calmò.

Ella doveva tornare. Nessuna forza umana, allora, avrebbe potuto contenderla al suo destino.

XIII.

Il cane, che aveva abbaiato buona parte della notte, e che ancòra abbaiava, da lontano, da vicino, per una grande inquietudine,—non aveva permesso a Roberta di addormentarsi.