Era a letto, ma leggicchiava uno de' suoi libri romantici, alla luce di un doppiere, sul tavolino; e le avveniva di ripetere una stessa frase, senz'afferrarne il significato.
Quando scorse Emilia varcar la soglia, stese le braccia, ed un buon sorriso le rischiarò il volto. Emilia s'accostava, tutta chiusa in una leggera veste da camera, con un gran collare alla Stuart, i capelli crespi e lunghi snodati per le spalle.
—Anche tu non dormi?—chiese Roberta.—Nero non è mai stato così cattivo…! Come sei rosea!—aggiunse, guardandola attentamente, nell'abbracciarla.—Come sei calda!—osservò ancòra, prendendole le mani.
—Smetti di leggere,—le ordinò Emilia.—Ora dormirai, non è vero?
I suoi occhi contemplarono quasi con ostilità il volto della sorella e le forme che s'indovinavano sotto le lenzuola. Ella tremava al pensiero che se non avesse affrontato così il pericolo, Roberta sarebbe venuta a trovarla; e sentiva nell'animo agitarsi il rancore per colei, la quale anche da lungi dava ombra a tutta la sua vita, e le dimezzava, le rubava un'ora della breve felicità.
Accomodò i guanciali a Roberta, e le tolse il libro. Sapeva d'avere sulla giovanetta un impero senza confini; la sua mano passata nei capelli di lei, per materna carezza, poteva addormentarla; la sua presenza era più volte bastata a rassicurarla da qualunque timore.
—Come sei calda!—ripetè la fanciulla, avvertendo la carezza tra i capelli biondi.
—Dormi, dormi!—Emilia mormorò impaziente.
Agiva con la tranquillità consueta; e tuttavia, se Roberta avesse voluto oltrepassar la soglia, ella si sarebbe uccisa, piuttosto che darle il passo.
—Chi sa perchè Nero, abbaia in questo modo?—osservò Roberta, udendo ancòra il latrato del cane, sotto la finestra.