Gli fiammeggiava in mente la sensazione da lui medesimo definita: «Con una parola potrei forse ucciderti» e la parola stava per iscattare, rovesciando ai suoi piedi la giovane dritta e titubante. Ma fu tosto, ridestato dall'incubo.
—Abbiamo una giornata ideale,—egli disse.—Perchè non esce a passeggio? Le gioverebbe assai più che occuparsi di quella ragazza.
—Se ero tanto malata, come posso essere guarita d'un tratto?—soggiunse Roberta, allentando il pugno e lasciandosi sfuggire i grani odorosi della gaggìa.—E perchè Lei m'illude?
Aveva nella voce qualche cosa umile e paziente, qualche cosa forse anco vile e trepida, non mai udita da Cesare nelle domande di lei.
Ella era innanzi al giudice, al quale voleva carpire per insidia la sentenza intima e sepolta. Studiava d'avvicinarsi alla verità, fingendo una rassegnazione consapevole; ma sotto alla scaltra indagine, il terrore, l'angoscia istintiva della giovanezza per la tenebra eterna, vibravano.
Pur di assaporare la vita, il sole, la felicità d'una lunga dimane, la vergine intatta nel corpo e monda nel pensiero, si sarebbe macchiata di qualunque impudicizia; colui che avesse potuto offrirle la salvezza, avrebbe imprigionato la fanciulla in una schiavitù senza limiti, per sempre. O forse, rispondendo alla visione che balenava qualche volta alla mente di Cesare, fors'ella si sarebbe gettata ai piaceri con la fame avida di chi vuol tutto conoscere in breve giro di tempo, con la febbre di chi alle spalle intende il galoppo macabro.
—Che cosa posso dirle più di quanto non Le abbia detto?—egli rispose freddamente.—Io non ho mai incontrato anima meno fiduciosa…! Ella turba la pace d'una persona che le è cara, e rattrista un'esistenza che non le appartiene….
Si mosse per allontanarsi, e già s'era incamminato, quando la voce di
Roberta lo richiamò tenera e sommessa:
—Almeno, mi saluti,—diceva.—Almeno, mi saluti….
Un'altra fanciulla, Cesare vide venirgli incontro, nell'animo della quale le parole di lui secche, brevi, imperiose, avevano prodotto la reazione.