Tornò allo specchio, e interrogò la propria imagine, un poco pallida, con gli occhi febbrili, i capelli biondi e arruffati.

—«Potrò essere elegante…. Ma perchè non soffro? Mio Dio, perchè non soffro? Non amo più Emilia? Ci siamo ingannate ambedue, forse, imponendoci una schiavitù senza ragione. Le sorelle non si amano come noi volevamo amarci, chiusi gli occhi a tutto quanto non fosse del nostro affetto…. Emilia se n'è avveduta la prima. Presto, ella dovrà parlarmi e confessarsi: io la stringerò fra le braccia e le dirò ch'ella è libera, che noi siamo libere. Poi, comincerò a vivere sola, per me stessa, d'una vita elegante….»—

E, poichè era sempre la fanciulla angariata e attratta dai sogni un po' umoristici del romanticismo, perdette ogni nozione della realtà, cominciò a imaginare il mondo alla stregua delle sue fantasie. Vide luce, molta luce sulla strada dell'avvenire, e vide sè medesima incedere tra quei nimbi aurati, vergine superba e intatta.

Curva su gli abissi della disperazione, non aveva mai pensato all'amore; e lo scoperto amore d'Emilia prendeva un significato di giocondo auspicio anche per lei.

Aveva creduto morire, mentre non si moriva alla sua età; aveva paventato che l'amore non fosse mai per giungere, e sarebbe giunto a tutte. Ella avrebbe saputo farsi amare ed esser fedele quanto una schiava; le sue gioie, le sue sciagure, si sarebbero confuse con un altro destino, nell'ora dell'incontro.

Questi pensieri andò volgendo, su questi pensieri variando in gradazioni infinite. Respirava come un'assetata d'aria pura in una pinnacolata selva di balsamifere.

Alcuni giorni squallidi ed inutili seguirono, di cui Natura non dava credito; li contava buoni sulla bilancia, e li avrebbe fatti pagar con la morte.

Il giuoco di Cesare Lascaris appariva ormai così semplice agli occhi di Roberta, ch'ella si stupiva di non averlo compreso avanti; e docile alla solidarietà istintiva per la sorella, per la donna innamorata,—pur rilevando ad ogni poco un cenno, uno sguardo, un fatto, i quali sempre le erano prima sembrati differenti,—si prestava all'inganno.

Le piaceva ridere; perdeva la sensibilità onde aveva trovato tutt'i giorni un argomento di dolore: la fanciulla irriflessiva era risorta.

Non mai amicizia le era parsa più saporosa che quella di Cesare Lascaris, dell'uomo caro alla sorella sua, destinato ad avviar l'esistenza dell'una e dell'altra verso la strada piena di luce. Egli le avrebbe tolte al malaticcio incubo del reciproco obbedire, legando a sè la vita d'Emilia, liberando Roberta di fronte all'indomani.