Trovò il maestro Kramer in palcoscenico tra il primo ed il secondo atto del Valzer dei valzer, circondato da una folla di ammiratori e di ammiratrici tra i quali Pierino riuscì a fatica, a furia di bitte e di pardon, ad aprirsi un varco per consegnare al maestro Kramer la letterina di presentazione che Franz Lehar gli aveva consegnata a Roma. Non appena ebbe letto, il maestro gli stese le mani e, colossale, attirò a sè il piccolo giovane italiano con tanta violenza di subitanei affetti che Pierino ebbe paura di andare a sbattere il naso contro quella montagna d'adipe e di vestiti.
— Oh, meine liebe — esclamava il maestro Kramer scuotendogli e riscuotendogli le mani fino a spezzargli le braccia — oh, meine liebe freund Lehar, il mio caro Franz... E la bella Italia... il benvenuto, mein herr...
E, senza transizione, come se Pierino non fosse venuto a Vienna che per questo, aggiunse:
— Vi voglio presentare a mia figlia... a mia figlia Eva...
Poi, dopo una pausa, stringendogli un braccio da stritolarglielo e avviandosi verso la porticina del palcoscenico:
— A mia figlia Eva che ama molto gli Italiani...
Era carina, Eva; e s'ella amava gli Italiani, tutti gli Italiani non avrebbero fatto per amar lei la minima difficoltà. Non tardò a persuadersene, Pierino, quando in un palchetto di proscenio si trovò seduto accanto a lei e alla graziosa governante galiziana che l'aveva ricevuto al mattino. Kramer, appena presentato il giovane italiano alla figlia italianofila, era ritornato a raccogliere in palcoscenico gli allori del suo trionfo. Cortese, deferente e niente affatto invadente, Pierino lasciò del tutto alla signorina Eva la cura di sostenere la conversazione e si limitò ad inserire tra i suoi denti bianchissimi e i suoi baffetti d'ebano un sorrisetto cerimonioso che a qualunque parola di Eva diceva sempre, docilmente, di sì. Alcune amiche di Eva vennero, nell'entr'acte, a interrompere il discorso di lei e il sorriso di lui. Eran tutte carine, tutte bionde e parlavan tutte tedesco, talchè Pierino non capiva nulla e non sorrideva più temendo di dire con quel sorriso di sì quand'era forse invece il caso di dir di no. Quando la prima se ne riandò Pierino chiese ad Eva: «E' viennese, è vero?» Ed Eva: «No. E' morava. Provincie tedesche». Quando se ne riandò la seconda Pierino richiese ad Eva: «Ma questa è proprio viennese, non è vero?» Ed Eva: «No. E' rumena. Di Czernowitz». E quando fu la volta della terza, più bionda che mai, vestita di rosso, più che mai «dama viennese», Pierino trionfò: «Ma questa sì, è di Vienna. L'ha scritto in viso». Ed Eva «C'è scritto una bugia. E' czeca. Di Troppau». Con un fil di voce Pierino osò domandare: «Ma lei sì, lei almeno è viennese, signorina...» Ed Eva con una bella risata squillante: «L'ho scritto in faccia anch'io? Come legge male lei... Io son rutena, come mio padre...»
Perchè Pierino non fosse minacciato da una improvvisa meningite sotto tanto sforzo etnografico e geografico cominciò opportunamente il secondo atto ed Eva invitò il giovane italiano a restare a sentirlo, lì, in palco, accanto a lei. Vide Pierino la giovane signorina rutena e la giovane accompagnatrice polacca comporsi a severa e contrita attenzione come si trattasse d'ascoltar Wagner a Bayreuth. Egli stesso, che pure adorava i valzer, li ascoltava di solito con più italiana leggerezza. Per la prima volta in vita sua un valzer, il valzer dei valzer, tant'era suonato e danzato con gravità sacerdotale, chiamò uno sbadiglio su le sue labbra. Lo nascose garbatamente in quell'ombra da cui guardava estatico la bella signorina Eva, la signorina Eva, cioè, che a prima vista sembrava bella ma che a guardarla meglio era solo piacente perchè nel suo viso c'erano tutti gli stili come nella carta geografica del suo paese ci son tutte le razze: fronte greca, naso napoleonico, labbra ebraiche, occhi chiari cristianissimi, zigomi slavi, capelli biondi slavati più svizzeri che viennesi. Era elegante, aggraziata, con una piccola grinta un po' ringhiosa che contrastava con l'urbanità più che affabile delle sue parole. Nè grande nè piccina, era una piacente mediocrità femminile che poteva passare anche inosservata se si fosse chiamata semplicemente Mayer o Muller ma che, chiamandosi Kramer, essendo la figlia del celebre maestro Kramer, avendo certo per dote un bel milioncino di corone e una villa in Carinzia di cui ella aveva già parlato al giovane visitatore, non poteva certamente lasciare nessun cuore maschile indifferente. Durante l'intero atto ella e la giovane polacca non interruppero che tre volte il silenzio per guardare verso un gruppo d'ufficiali ch'era in un palco e per brontolare in tedesco parole nervose e precipitose nelle quali Pierino non raccolse che queste, chiare ed oscure insieme: herr major Hampfel. E lo vide, Pierino, il major Hampfel quando, alla fine dell'atto, tornata la luce, scoppiati gli applausi, il bell'ufficiale si levò in piedi e dalla sua barcaccia s'inchinò alla signorina Eva la quale credette opportuno di spiegare a Pierino:
— Il maggiore Hampfel, degli usseri... marito della mia più cara amica... prossimo ad essere destinato come attachè militare alla nostra ambasciata di Roma.
E, con un sospiro, Eva aggiunse: