Disturbarlo, la musica? E la musica viennese? Ma se non era venuto che per questa... Quando ebbe ordinato il pranzo a prezzo fisso per non andare incontro a troppe sorprese, Pierino Balla si preparò ad ascoltare con mistico raccoglimento i valzer viennesi, i valzer viennesi suonati sul luogo dalle più autentiche dame viennesi che un innamorato del color locale potesse mai desiderare. Ma alle prime note dell'orchestrina ebbe una prima delusione e rimase con in aria il cucchiaio pieno di quel potage printanier dove c'era di tutto a tal segno che non sapeva assolutamente più di niente. L'orchestrina non aveva attaccato un valzer di Fall o di Lehar, ma una canzonetta napoletana: O sole mio. Tuttavia Pierino se ne sentì in fondo lusingato nel suo amor proprio nazionale e sperò, per il valzer, nel secondo pezzo. Senonchè, a canzone finita, lo aspettava la seconda delusione e più forte assai della prima. Questa lo colse mentre gustava con prudenza di cittadino di città di mare diffidente pel pesce delle città di terra, un loup de mer sauce tartare e fu sul punto di mandargli una lisca per traverso. Una «dama viennese» aveva infatti detto alla sua vicina nel più puro italiano di questo mondo:

— Dàmmi un ventaglio... Che caldo stasera!

E l'altra le aveva risposto col più gentile accento di Santa Lucia facendosi vento con un foglio di musica:

Mamma mia... E ccà se more!...

Le guardò esterrefatto. Italiane? Napoletane? Non credeva ai suoi occhi ed ai suoi orecchi. Si sturò questi, si stropicciò quelli. Era viaggiatore fresco ed inesperto, Pierino, e non sapeva ancora che, se come afferma il proverbio l'abito non basta a fare il monaco, il dòlmano rosso per lo più basta a fare la «dama viennese».

Fu così mortificato Pierino che quella sera, non uscì nemmeno dall'albergo e si chiuse in camera. Si coricò nel letto alla tedesca dopo aver manifestato alla femme de chambre una meraviglia, che la faceva ridere, di non trovare lenzuola come nei letti all'italiana. Guardò la bonne, diffidente: era bionda, parlava tedesco. Ma c'era da fidarsi? Non era anche lei almeno di Trieste? Interrogò: era ungherese.

Era napoletano anche in questo, Pierino Balla: che quando finalmente, per disgraziato accidente, aveva qualche cosa da fare, vi si gettava dentro a capofitto per uscirne fuori al più presto possibile. Lo stesso giorno in cui Franz Lehar l'aveva senza volerlo spedito d'ufficio a Vienna, Pierino aveva comperato due manualetti di conversazione in francese ed in tedesco. Durante due giorni e più di viaggio non aveva avuto altra lettura e, rincantucciato nel suo scompartimento, aveva masticato senza interruzione parolacce tedesche e paroline francesi con pazienza da benedettino. E fra le vocali mute delle paroline francesi e i battaglioni di consonanti senza vocali delle parolacce tedesche dimenticava l'italiano senza riuscire ad imparare nè il francese nè il tedesco. Continuò a letto, quella sera, la lettura dei suoi manualetti e la mattina dopo, al bureau dell'albergo, col manualetto aperto in mano su cui gettava di tanto in tanto occhiatine senza parere, volle esperimentare i progressi che aveva fatti. Chiese l'indirizzo del maestro Kramer e si fece spiegare l'ubicazione della strasse in cui il maestro Kramer abitava. La fraülein che gli rispondeva si sentì autorizzata da quelle sue quattro o cinque parole di tedesco a scaricargliene addosso quattro o cinquecento, a massima velocità; e Pierino, con un sorriso ebete e rassegnato, aspettava che il diluvio gutturale passasse senza ch'ei fosse riuscito a sapere in che via abitava il grande maestro nè dove fosse la via in cui il grande maestro abitava. La signorina del bureau era bionda e parlava tedesco come solo uno studio condotto fin dall'infanzia per la precisa esecuzione dei suoni più sgradevoli può permettere a gola di parlarlo. Finito il diluvio e data un'occhiatina al manualetto, Pierino s'arrischiò a chiedere alla signorina se almeno lei era di Vienna: e si sentì rispondere con aria fiera e con cipiglio irritato che no, che era di Praga, che era boema.

La ricerca del maestro Kramer gli costò trenta corone d'automobile e un fiero mal di capo tanto s'era scervellato a compulsare avanti e indietro le pagine del manualetto di conversazione per riuscire a spiegarsi con chauffeurs e passanti, portinai e cameriere. Quando e come Dio volle riuscì a scovare il domicilio del maestro Kramer e in questo una piccola governante, bionda anche lei, carina, dagli zigomi assai pronunziati, dai grandi occhi azzurri; e la piccola governante, quando sentì che Pierino Balla parlava tedesco assai male, si mise a parlare assai bene francese per spiegargli che quel giorno il maestro Kramer era assolutamente irreperibile poichè proprio quella sera, al teatro An der Wien, doveva aver luogo la prima rappresentazione della sua nuovissimo operetta: Il valzer dei valzer. La piccola governante, vedendo Pierino desolato, gli consigliò di cercare il maestro a teatro all'ora della rappresentazione e, con bei modi e un francese parlato così chiaramente che anche lui lo capiva, gli fornì tutte le indicazioni necessarie con una cortesia di cui Pierino non potè non ringraziarla manifestandole anche la sua meraviglia di trovare una viennese che parlava il francese comme une vraie parisienne. Ma la piccola governante ebbe un ultimo sorriso e, richiudendo la porta dell'appartamento del maestro Kramer con un bell'inchino della sua testolina bionda, spiegò:

— Non sono viennese, signore. Je suis polonaise.

I tedeschi non ammettono che il piacere del teatro li debba mandare a letto ad ore troppo avanzate nè che li possa costringere a pranzare alla svelta come dobbiamo invece far noi quando una prémière ci raduna in un teatro. I tedeschi dànno la precedenza ai piaceri del teatro su quelli della digestione. Noi distruggiamo invece questi per quelli. Ed è così che si spiega come tante produzioni teatrali ci riescano assolutamente indigeste e come il pubblico italiano dia prova sovente a teatro d'una deplorevole intolleranza. Il teatro viennese è aperitivo e quello italiano dovrebbe essere digestivo. Tra la fortuna costante degli autori tedeschi e l'ostinata avversità che accompagna di solito gli autori italiani non c'è che l'ostacolo di un pranzo non digerito. Così, alle sei di sera, Pierino Balla prendeva posto all'Ander Wien in un'ultima poltroncina aggiunta che miracolosamente aveva potuto procurarsi ed ascoltò in estasi i valzer nuovissimi del maestro Kramer e associò i suoi applausi italiani disordinati ed impetuosi a quelli militarizzati, disciplinati, che dalle mani degli spettatori viennesi suonavano ad ogni fin d'atto, come il passo cadenzato d'un reggimento in marcia.