— E perchè mai vai a Vienna?

— Non lo so.

L'amico gli lasciò il braccio, lo guardò sbalordito e gli disse:

— Bada, figliuolo, tu diventi matto...

Ma già Pierino Balla riprendeva la sua strada con la testa in aria, ancòra coi piedi a Roma, già col cuore a Vienna, canticchiando a mezza voce:

Nell'aria di Vienna

c'è molta seduzion...

II. SEI TU, FELICITÀ....

Le cronache profane delle più galanti alcove e dei più ardenti amanti raccontano le disavventure di eserciti che rinunziano alla vittoria proprio davanti alla fortezza che si arrende e rinunziano quanto più fu lungo l'assedio e più desiderata e pregustata la vittoria. La sera in cui dalla sua vettura di seconda classe sbarcò sotto le massicce tettoie e tra gli ascensorini della Sudbanhoff, Pierino Balla, viaggiatore improvvisato, si trovò su per giù nella situazione poco brillante di quelli eserciti esausti proprio al momento di cogliere la palma del tanto sospirato trionfo. Un autotaxi lo trascinava rapidamente per le prime vie della metropoli e già Pierino sentiva andarsene tutta la sua forza d'amore. Quella, Vienna? Una grande città come un'altra. Quei grossi palazzi nuovi gli ricordavano i grossi palazzi nuovi del Tritone di Roma e del Rettifilo di Napoli e quei tigli — eran poi tigli? — che fiancheggiavano la strada non erano in nulla diversi dai piccoli alberelli magrolini e cittadini — eran platani, ontani? non ci aveva mai badato — che fiancheggiavano a Roma via Nazionale e sotto i quali, disegnanti a terra nel riflesso della luce elettrica un merletto d'ombre e di luci, se n'era tornato tante sere a casa, uscendo dal Costanzi e fischiettandosi i suoi cari, i suoi dolci valzer viennesi. Donne bionde, se si guardava attorno, non ne vedeva per quella strasse più di quanto ne incontrasse a Roma, pel Corso, all'ora del ritorno dal Pincio, nel tepore delle belle giornate. Nè c'era musica attorno a lui oltre lo strombettìo delle automobili e lo scampanìo dei tram. Era questa, Vienna? Ed era questa la sua musica? E dov'erano i suoi valzer? Ebbe la tentazione di interrogare lo chauffeur e di domandargli se per caso non avesse sbagliato, se non fosse sceso dal treno, prima di toccare Vienna, a Klangenfurt o a Gratz, per esempio. Ma si contenne. Che diamine! Era Vienna, ma una Vienna che non rassomigliava affatto all'idea canterina e ballerina ch'egli se n'era fatta a Roma, da lontano. Guardava attorno, disperatamente, oltre le vetrine dei caffè, per vedere se scorgesse nell'interno i palchetti bianchi delle orchestre e i dòlmanì rossi e le chiome bionde delle «dame viennesi». Ma che le «dame viennesi» fossero per Vienna solo un genere d'esportazione come le «ciociare», le pittoresche ed irreperibili «ciociare», per Roma? Pure riuscì a trovarle, poco più tardi, finalmente, le «dame viennesi». Disceso all'albergo, mutato d'abito rapidamente, non sapendo ancora orizzontarsi, aveva deciso di prendere in hôtel il suo primo pranzo viennese, di mangiare lì, religiosamente, il suo primo autentico panino di Vienna. Entrato nella sala da pranzo il cuore gli diede un balzo. In fondo alla sala, su un palchetto bianco stile Secessione, le «dame viennesi» — dòlmanì rossi, capelli d'oro — accordavano in una serie confusa di brevi pizzicati e di lunghe arcate, i loro violini e i loro violoncelli. Per quanto il maître d'hôtel già gli avesse scelto il tavolino e indicato con un inchino il posto assegnatogli, Pierino Balla traversò difilato l'ampia sala e andò a sedersi a un tavolino proprio lì, sotto l'orchestra, posto in modo che le spalle di Pierino seduto s'appoggiavano proprio al palchetto Secessione delle «dame.» Il maître d'hôtel era accorso ad inseguirlo e garbato avvertiva:

Peut-être ici la musique dérangera trop monsieur...