— Il signore ha ragione... Questi sono briganti, ragazza mia!
VI. “VA FUORI, O STRANIER!„
L'Italia, come avviene di tutte le personalità molto pronunziate, è paese quanto mai ricco di antitesi. Ebbe a rilevarlo, Eva, una volta ancora quando vide entrare nella sua camera da letto i rappresentanti dell'ordine pubblico: poichè l'antitesi italiana ammette di avere i briganti ma vuole avere anche i carabinieri. I quali carabinieri, con urbane maniere, chiesero a tutti i signori e a tutte le belle signore presenti quale fosse la gola responsabile d'avere emesso grida sediziose al passaggio della dimostrazione. Le persone presenti, interrogate ad una ad una, negarono recisamente. Giunta la volta della cameriera di Eva, questa sentì che poichè tutti avevano negato a lei non restava che affermare. E poichè non c'era nulla di meglio da fare si fece avanti e, visto che non c'era più nessuno da interrogare, con fiero cipiglio e ferma voce esclamò: «E' inutile interrogare tutti gli altri. Mi accuso spontaneamente. Le grida dal balcone furono lanciate da me.» Tutti guardarono la cameriera di Eva con un'ammirazione più che meritata da quella sua fermezza d'animo che sarebbe forse esagerato chiamare spartana, ma che piuttosto, nel comodo vocabolario delle frasi fatte, ha nome coraggio della disperazione.
La gioia dei bei gesti è gioia breve. Al nostro bel gesto rispondono immediantemente i gesti belli o brutti dei nostri interlocutori. Accadde così anche per la cameriera di Eva la quale si vide offrire simultaneamente la mano dai due carabinieri e non precisamente per condurla a nozze. Quand'ebbe compreso di che si trattava la cameriera di Eva cominciò nuovamente a lavorare di muscoli, a dibattersi fra le braccia dei carabinieri e ad invocare aiuto da tutti i presenti. Ma i presenti non sono veramente presenti che quando esser presenti non è in alcun modo pericoloso. Difatti se il pericolo appare potete essere con venti amici in una camera e il vostro appello ai presenti non troverà presente nessuno. La camera da letto del ménage Kramer-Balla si sfollò così rapidamente e in balìa dei carabinieri rimase la sola cameriera che, quando non ebbe più pubblico cui far vedere che resisteva, non stimò più oltre necessario di resistere e seguì docilmente i tutori dell'ordine per traversare l'albergo, uscire da una porticina di servizio e raggiungere in fiacre gli ufficii d'un commissariato dove un amabile funzionario, più che rimproverarla cercò di persuaderla dell'assoluta inutilità, per un'austriaca, di sprecare il fiato a gridare da sola: «Viva l'Austria!» proprio quando trentacinque milioni di italiani, neutralisti e germanofili compresi, gridano come un sol uomo: «Viva l'Italia!»
Ma è nelle ore difficili che il sentimento della solidarietà nazionale lega strettamente il destino di una bella e ricca signora a quello della sua cameriera. Non ebbe pace, Eva, infatti, finchè non ebbe persuaso Pierino della necessità di prendere il bastone e il cappello e di andare anche lui al commissariato per vedere quale sorte, in questo terribile ed inospitale paese, era riservata a quella brava figliuola che aveva il solo torto di amar profondamente la sua cara patria. La missione imperiosamente affidatagli da sua moglie sembrò facile a Pierino finchè si trattò di percorrere i vasti corridoi dell'albergo, di discendere su i soffici tappeti le ampie scale, d'attraversare il grande vestibolo in cui regnava una pace di paradiso mentre fuori, sotto il gran portico dell'albergo, infuriava, terribile, l'inferno. Ignorando che l'albergo avesse altre uscite Pierino si decise a gettarsi in quella folla che, stipata, ondeggiava sotto il portico e fuori nella strada, urlando, ridendo, cantando, motteggiando, chiedendo la testa della donna straniera, della miserabile spia che da un balcone d'una stanza, dove poco prima s'eran vedute alcune coppie ballare, aveva ingiuriato l'Italia e gli Italiani. L'immensa folla, che prima marciava al grido di: «A Vienna! A Vienna!» come fosse fermamente decisa a raggiungere il Danubio il più rapidamente possibile, nella stessa serata, ora stazionava e gridava come se non le importasse più nulla di andare sino a Vienna ma le bastasse anche una sola testa di viennese. Pierino, che era cerimonioso, credeva che anche la folla fosse cerimoniosa e s'era quindi gettato fra i suoi mille gomiti senza pensare che quei mille gomiti glieli avrebbero dati tutti nello stomaco, ma anzi persuaso che, con un amabile serie di pardon, avrebbe avuto dalla folla il più garbato dei lascia-passare. Non tardò ad accorgersi del suo errore quando ebbe fatti non come voleva lui ma come volevano gli altri, pochi passi e quando si vide immobilizzato, in un mare di teste, senza poter andare più avanti e senza poter neppure, ahimè, ritornare indietro. Gracilino com'era, si sentiva soffocare e avrebbe chiesto pietà se mai avesse potuto credere che qualcuno ne avrebbe avuta. Sentì allora veramente che la vita non è proprio un valzer ma che talvolta può anche essere una posizione pericolosa sospesa per un filo al pericolo dell'asfissia. Ma a poco a poco — poichè ci si abitua a tutto e anche all'idea di sentirsi soffocare — Pierino cominciò a distrarsi dalla sua pena ascoltando le parole che suonavano da ogni parte attorno a lui. I più fieri propositi animavano quei fieri cittadini che sarebbero stati i soldati di domani. Tutte le esclamazioni convergevano a questa conclusione: che non bisognava muoversi finchè non fosse fatta giustizia. E Pierino, ch'era figlio di magistrato e sapeva quanto fosse lenta la giustizia, cominciò seriamente a disperare di potersi mai sciogliere, vivo ancora, da quell'abbraccio tentacolare.
A coro, attorno a lui, suonavano voci cavernose: «Mor-te-al-la-spia! — Mor-te-al-la-spia!» Più in là un gruppetto di patrioti licenziosi gridava ridendo: «La vogliamo nuda! Nuda la vogliamo!» Poi altre voci commentarono: «E' una cameriera. — No, è una signora. — Austriaca! — Tedesca! — A' la lanterne, tutt'e due, la cameriera e la padrona!» Pierino si sentì venir meno all'idea che l'ira popolare eccitata da quei discorsi potesse rivolgersi anche contro la sua dolce metà. Ebbe sùbito occasione di rilevare che non era quello il maggior pericolo che gli sovrastava. Altre voci infatti commentavano: «Che sta a fare questa gente in Italia? — Sono spie! — No, è la moglie austriaca d'un italiano! — A' la lanterne, allora, anche il marito!» E, tra risa e lazzi, sentì altre voci gridare: «Svergognato! — Buffone!... Senza patria!» Gridavano a squarciagola come se la voce dovesse raggiungere lassù, oltre le pesanti mura, il marito italiano della signora austriaca e Pierino sarebbe stato tentato di dire a quelli che gridavano più forte: «Non si sfiatino inutilmente. Tanto sento lo stesso!» Ma gli altri gridavano ancora più forte: «Rinnegato! — Carne venduta! — Marito da operetta!» Pierino ebbe un sobbalzo: lo conoscevano dunque, lo avevano dunque identificato? Si sentì perduto. E, maestosa, apoplettica, cannoneggiando, la ingiuria suprema suonò sott'il portico e lo raggiunse: «Becco!» Nell'udir quella parola, le associazioni d'idee, quelle associazioni che giuocano i tiri più impreveduti, gli fecero passare davanti agli occhi, in quel momento d'agonia, il profilo tagliente e le basette bionde dell'herr major Hampfel, che egli da qualche tempo, da tutt'altri pensieri impensierito, aveva del tutto dimenticato.
Gli inferni terrestri, a differenza di quell'altro, hanno un termine. Viveva Pierino il suo supplizio da più di un'ora quando su la soglia dell'albergo vide sollevare un grande foglio di cartone sul quale ad inchiostro, con un manico di scopa, era stato scritto che giustizia era fatta e che i buoni italiani potevano sciogliersi, poichè la spia era arrestata! Un formidabile applauso suonò nella folla la quale finalmente cominciò, lentamente, lentissimamente, a muoversi e a diradarsi, quel tanto almeno da permettere a Pierino non di raggiungere la via dove la folla invece di scemare aumentava ma l'atrio dell'albergo e l'ascensore che doveva ricondurlo, con gli abiti gualciti e il corpo coperto di lividure, al dolce asilo delle sue quiete stanze. In queste stanze trovò Eva, oramai sola, intenta a gettare alla rinfusa dentro i bauli le sue toilettes e la biancheria. Appena vide entrare il marito Eva corse al campanello elettrico e suonò a distesa; e alla cameriera dell'hôtel, timida e spaurita, col tono di un generale che ordina la ritirata del suo esercito, ordinò: «Non c'è tempo da perdere. Aiutatemi. Il treno è alle nove.» A queste parole Pierino osò chiedere: «Che si fa?» Ed Eva, scaraventando in un baule anche una montagna di vestiti di Pierino, rispose energica: «Che si fa? Si parte!»
E' un'energia anche quella, di fronte ad una moglie dispotica e autoritaria, d'opporsi energicamente ad ogni tentazione di curiosità di marito che vuol discutere prima d'obbedire. La disciplina coniugale è fatta, come quella militare, d'un forte che non dubita nemmeno lontanamente di poter essere il più debole e d'un più debole che non pensa neppure incidentalmente di poter essere il più forte. Nel matrimonio c'è sempre un coniuge che ha tutt'i diritti e un altro coniuge che ha solo tutt'i doveri. A rovesciare i termini del problema non c'è neppure da pensare. Bisogna accettare la disciplina coniugale come quella militare: senza discuterla e senza cercare di spiegarla. Così si regolava Pierino Balla il quale, di fronte alla moglie, stava sempre su l'attenti, su un attenti fatto un po' di rassegnazione e un po' di paura, un po' di docilità e un po' di impersonalità.