Si decise quindi anche quella sera ad accettare la brusca decisione di sua moglie come un ordine che non si discute. Saputo che il treno partiva alle nove ed osservato al suo orologio che già le sette erano vicine vide sùbito, invece del suo diritto di sapere perchè la moglie lo faceva partire, il suo dovere d'aiutar la moglie a fare in tempo a partire. In maniche di camicia, già pronto a infilare un abito da viaggio, andava su e giù per le stanze con le braccia cariche di biancheria e di vestiario, secondo gli ordini di sua moglie che preparava quei carichi e intanto contava e metteva da parte certe carte, ravviava alla svelta le belle chiome bionde, scampanellava e riscampanellava, una, due, tre volte, per il cameriere, per la cameriera, per il facchino. Docile, mogio mogio, Pierino continuava a fare i bauli, mentre Eva, a mano a mano, si svestiva e si rivestiva.

Quando, di fronte a Pierino seduto sul coperchio del baule chiuso e in attesa dei facchini che dovevan venire a portarlo via, Eva fu tutta vestita, in abito da viaggio, cappello avvolto da gran velo bianco, spolverina su un braccio, borsetta infilata nell'altro, la moglie che non dava spiegazioni sentì di poterne dare finalmente qualcuna. «Tu già hai capito perchè si parte...» cominciò Eva piantandosi dinanzi a Pierino. Il quale Pierino non aveva in verità capito niente, ma non osò dichiararlo temendo che una dichiarazione simile avesse potuto aver l'aria di pretendere spiegazioni da Eva, che invece non soleva darne se non quando non erano affatto richieste. Ma, sia che pensasse che avendo già capito era meglio metter Pierino in condizioni di capire meglio, sia che stimasse impossibile che suo marito capisse mai qualche cosa senza spiegargliela il più chiaramente possibile, Eva continuò a spiegare senza attendere da Pierino nessuna risposta: «La vita qui comincia a diventare impossibile... Hai veduto? Per poco massacravano la mia cameriera, per poco linciavano anche noi... In Austria non conviene rientrare... Ripareremo, per ora, in Svizzera... L'estate si avvicina e noi anticiperemo la villeggiatura. Certo è che restare tra questi forsennati non è più possibile... Capirai: per noi stranieri...»

Stranieri. Cercò Pierino, nella stanza, l'altro straniero e poichè non lo trovò capì che quel plurale non poteva comprendere che lui. Ebbe la tentazione di dire a sua moglie: «Due stranieri? Ma, bada, io sono italiano...» Ma capì subito che, di fronte a sua moglie austriaca, nella stessa sera della dichiarazione di guerra dell'Italia all'Austria, era per lo meno inopportuno rivendicare così la propria italianità. Prese, tuttavia, per ristabilire un poco le cose nella loro esattezza, una via indiretta. «Partire, esclamò, è giusto, ma, ora che ci penso, come posso partire, io? Se c'è la guerra, c'è la mobilitazione generale e io sono soldato. E se sono soldato, non mi lasceranno certamente partire». Con questa lunga serie di deduzioni più che logiche credeva d'avere senza darsene l'aria, inchiodato sua moglie su la croce di una vera impossibilità. Senonchè sua moglie sorrise e, aperta la borsetta, ne trasse fuori un grande foglio bianco e un piccolo cartoncino ed esclamò: «Soldato tu?... Tu sei di terza categoria e riformato... Ecco il tuo foglio di congedo illimitato che, ad ogni buon fine, avevo fatto ritirare. Ed ecco qui il tuo passaporto che, durante questi ultimi giorni, prevedendo la possibilità della guerra, avevo già fatto preparare...» Poi, con un sorriso, chiedendo il complimento che Pierino distratto, attonito, aveva dimenticato di fare, aggiunse: «Come vedi, io penso sempre a tutto...» Il complimento venne in due parole: «Sei meravigliosa...» Poi Pierino guardò il foglio del congedo illimitato e disse, quasi ancora incredulo: «Veramente con questo posso partire?... Non sono soldato?... Posso lasciare l'Italia?...» E poichè Eva con aria giubilante rispondeva: «Sì, si, si...» Pierino credette doveroso manifestare lo stesso giubilo in queste quattro brevissime parole: «Oh, che bella cosa!»


Ma, mentre scendevano le scale, mentre pranzavano in fretta, mentre saldavano il conto e in automobile partivano per raggiungere la stazione, Pierino pensò a più riprese che quella cosa di partire proprio la prima sera della guerra non era poi tanto bella quanto aveva detto. Trovarono la stazione invasa di soldati. Già nuovi reggimenti partivano per la frontiera. Già da ogni parte giovani viaggiatori in borghese affluivano a tutt'i treni in partenza per raggiungere i loro reggimenti o i loro distretti. Nel corridoio del vagone-letto, appoggiati al finestrino, Pierino ed Eva non parlavano. Pierino ed Eva, del resto, non parlavano che quando Eva aveva qualche cosa da dire o da far dire. E, poichè quella sera in italiano non aveva nulla da dire e in tedesco era assolutamente imprudente domandare anche semplicemente a che ora partisse il treno, Eva non parlava e Pierino, disciplinato come sempre, taceva. Ma parlavano attorno a loro gli altri, quelli che parlavano chiaramente e tranquillamente in italiano perchè in italiano liberamente pensavano. Ed erano tutte parole ardite ed ardenti, parole d'entusiasmo e di fede, parole chiare e precise con le quali tutti quelli che si lasciavano a Roma si davano appuntamento a Trieste od a Trento e quelli che non badavano a spese addirittura a Vienna. Di tanto in tanto drappelli di soldati passavan correndo per raggiungere fuori stazione i treni militari. Avevano, quei soldati, infiorati i berretti e i fucili. La gente dal treno e dai marciapiedi li applaudiva e a quegli applausi i soldati rispondevano agitando in aria i berretti e lanciando certi evviva che facevano tremare gli enormi lucernarii della stazione. Non sapeva perchè, Pierino: ma a veder agitare quei berretti, a sentir gridare quelle parole, sentiva pesare sul suo cuore, nella tasca interna della giacchetta, il suo congedo illimitato, come se quelle due pagine di carta fossero di bronzo. Non capiva perchè, Pierino: ma, se chiudeva gli occhi, si vedeva davanti la stazione di Vienna, la famosa Sudbanhoff del primo viaggio e la vedeva in quel momento piena di un'eguale folla, di altri soldati, di analoghi saluti e di analoghe grida. Se i suoi connazionali partivano per la guerra, per la guerra partivano, in quell'ora, anche i connazionali di Eva. Lui solo non partiva per nessuna guerra e si avviava comodamente in Isvizzera. E gli parve che, nè italiano nè austriaco, non era in fondo il connazionale di nessuno. Era, come diceva il foglio del suo congedo, un militare riformato e di terza categoria ed era, sopratutto, senza possibilità di congedo, nè illimitato nè limitato, il marito di sua moglie. Vedeva passare quei soldati, sentiva suonar le fanfare, rombar qua e là, in coro, le note degli inni patriottici e gli veniva una voglia matta — matta veramente — di gridare evviva anche lui e di battere anche lui le mani. Ma c'era lì sua moglie a tenerlo d'occhio e, sebbene il cuore gli battesse, Pierino le mani continuava a tenersele in tasca e a fiatare anche un solo monosillabo non pensava neppure.

Passò in quel punto, correndo, una compagnia di bersaglieri. Correndo, cantavano un inno e, proprio passandogli davanti e fissandolo in volto, un bersagliere gridò più forte degli altri: «Va fuori d'Italia, va fuori, o stranier...» E aveva un bel dirsi, Pierino, che quel bersagliere non poteva conoscerlo, che non poteva averla con lui... A lui mortificato sembrava che quel: «Va fuori, o stranier!» gli fosse, indiscutibilmente e più che meritatamente, dedicato.

VII. LA SINFONIA DEL «GUGLIELMO TELL»

Poichè il consiglio — Va fuori, o stranier... — datogli con tanto entusiasmo dal soldato che partiva per la guerra collimava perfettamente con le intenzioni della signora Eva, Pierino Balla fu l'indomani mattina, mettendo giù il piede dal montatoio dello sleeping-car, fuori d'Italia. Si trovò tra gente tranquilla, tra gente svizzera non provvisoriamente ma definitivamente neutrale e che accudiva ai proprii affari con moltiplicata energia; non perchè la forza del carattere nazionale riuscisse a superare lo sconvolgimento dell'ora terribile sino a permettere ai cittadini d'accudire serenamente ai proprii negozii, ma perchè lo sconvolgimento aveva meravigliosamente moltiplicato la possibilità di far degli affari così come li fanno i neutrali: ossia con l'uno e con l'altro belligerante, dal momento che essere veramente neutrale non vuol dire affatto, come i lessici vorrebbero, non parteggiare nè per l'uno nè per l'altro, ma vuol dire invece, come vuole ogni politica estera saggiamente intesa, parteggiare simultaneamente per tutt'e due, con questa sola restrizione mentale di evangelica opportunità: che la mano destra non deve sapere quello che fa, ossia quello che dà e prende, la sinistra — e viceversa.

Nelle grandi tempeste domina solo l'istinto della conservazione. Le riflessioni su gli eventi attraversati e su le azioni compiute per superare quelli eventi non vengono che più tardi, a calma ristabilita. Così Pierino che nel primo momento, uscendo dalla furia della gente accalcantesi quasi a stritolarlo nell'atrio dell'albergo, aveva accolto l'annunzio della partenza datogli imperiosamente da sua moglie come la scelta dell'unica via possibile di uscita da una situazione sempre più minacciosamente difficile, adesso, nel raccoglimento del grande albergo svizzero dove tutto appariva inverosimilmente lontano, sentiva che quella partenza era stata tanto precipitosa da rassomigliare più che ad una partenza ad una fuga. Se qualcuno gli domandava da dove venivano, Pierino rispondeva che venivano da Roma, che erano partiti per più quieti orizzonti allo scoppiare della guerra. Sapeva di adoperare, col verbo partire, un verbo generosamente eufemistico, ma agli eufemismi era oramai abituato. E sapeva, in certi suoi momenti di lucidità, che il peggiore eufemismo di tutti era quello che, così per chiamare lui senza un soldo come per chiamare Eva ricca a milioni, usava due parole che tendevano a creare una certa parità di valori morali e materiali: marito e moglie.

La gente, come osserva anche una canzonetta del dolce paese natìo di Pierino Balla, vuol sapere troppe cose. Ed è proprio quando ogni discrezione sarebbe consigliabile che la gente formula, con inconsapevole malizia, le più indiscrete domande. Così molti, nel vederlo tanto giovane, nel saperlo italiano, nel ricordare che da pochi giorni anche l'Italia era in guerra, gli domandavano come mai egli non fosse soldato. Pierino rispondeva con un rossore che diceva il perchè vero e con due parole che dicevano il perchè falso. Le due parole erano: «Terza categoria». E sùbito Pierino aggiungeva che le terze categorie non erano state ancora chiamate, che il governo si era limitato a chiamar sotto le armi, per istruirle, solo le classi più giovani e che il momento dei più anziani — ed egli era, con un sospiro, purtroppo, dei più anziani — non sarebbe venuto che più tardi, molto più tardi. Aggiungeva però, solo entro sè stesso, che, riformato com'era per deficienza toracica, poteva sperare che pur venendo il momento della sua classe e della sua terza categoria il momento suo non sarebbe venuto mai. Era di terza categoria, era riformato, era in Isvizzera: non poteva essere più al sicuro di così. Sua moglie non si stancava di ripeterlo e Pierino non si stancava di sentirselo ripetere. Non gli pareva possibile che, quando milioni e milioni di suoi connazionali correvano il rischio di pagar con la vita il diritto della loro patria a farsi un po' più grande, egli potesse cavarsela, beniamino degli dei di guerra, a così buon mercato. Aveva vagamente paura che il diavolo, raffigurato nelle precise circostanze del ministro della Guerra, potesse da un momento all'altro giuocargli un brutto tiro. Già alcuni giornali arrabbiatamente interventisti cominciavano a strillare per convincere il governo dell'assoluta necessità morale e materiale di procedere il più sollecitamente possibile a una rivisita dei riformati.