— Sorridete voi, signor mio? Sorridete? Ricordatevi che ride bene chi ride per ultimo. E ricordatevi sopratutto che gli austriaci non hanno mai perso e che gli italiani non hanno mai vinto.
A questa uscita Pierino, meticoloso e dialettico, rispose:
— Non è accertato dalla storia, così almeno come si insegna in Italia (e quella che si insegna in Austria io la ignoro) non è accertato che gli austriaci non abbiano mai perduto e che gli italiani non abbiano mai vinto. Comunque è forse questo il momento di invertire finalmente le parti e voi che in vincere siete, voglio ammetterlo, espertissimi, cominciate per completare gli studii a far pratica, in un corso accelerato, di come si perde.
— Non verremo neppure per questo, signore, a scuola da voi! gridò Hampfel. C'è anche modo e modo di perdere. E noi non invidiamo certamente il disonore di Novara e di Custoza.
Tanto può la prudenza su un carattere di clima oltremodo temperato che anche su quell'uscita del major Hampfel Pierino tentò, povero figliuolo, di troncare la conversazione. Ma la prudenza d'un interlocutore chiama sempre, irresistibilmente, l'imprudenza dell'altro interlocutore. Aveva Pierino un bel rimanere indietro affinchè il major Hampfel non andasse troppo avanti. Questi aveva oramai preso l'abbrivo e la storia insegna che, preso l'abbrivo, la millanteria e la burbanza di un ufficiale o d'un giornalista austriaco non sanno mai dove andranno a finire. Chi avrebbe mai detto, infatti, che le sue ironie e le sue vanterie, il suo tono di scherno e di superiorità avrebbero portato quella sera il major Hampfel, di botta in botta, di risatina in risatina, di beffa in beffa, a trovarsi d'un tratto davanti un Pierino Balla uscito definitivamente dai gangheri e che, in piedi, rosso in volto, con le labbra convulse, con le mani che saltavano su e giù senza decidersi a tornare definitivamente in giù lungo le cuciture dei pantaloni o a levarsi definitivamente in su su le guancie dell'ufficiale austriaco, gridava ad un tratto, con una potenza di voce che Eva non avrebbe mai sospettata in quel maritino docile e remissivo che parlava sempre come bela un agnellino, in tono sommesso e con quel ritmo timido e affannoso che in musica si chiama «sincopato», gridava ad un tratto in modo che l'udissero anche i cuochi giù nel sotteraneo dell'hôtel:
— Caro signore, io non vi permetto di parlare più oltre così dell'Italia ad un italiano. Non siamo più ai tempi del maresciallo Radetzky. Non siete più a Milano, signor Hampfel e, in nome di Dio, per grazia di Dio, per volontà e per valore di tutta una nazione di trentacinque milioni di uomini, siamo forse noi questa volta su la via di Vienna!
Ma come i novellini del coraggio militare non resistono bene che alle primissime fucilate, i novellini del coraggio civile non reggono a lungo il fuoco di una prima escandescenza. Così Pierino ad un tratto si sentì mancare il fiato in gola e le parole nel cervello. E, poichè aveva le mani in aria che chiedevano convulsamente di fare anche loro qualche cosa, picchiò due grandi pugni sul tavolino, mandò per aria chicchere e caffettiera, gridò tre volte: — «Ah, perdio, basta, basta, basta!» e, voltatosi bruscamente sui tacchi prima ancora che il major Hampfel avesse avuto il tempo di rispondere, si avviò verso il fondo della terrazza donde una grande scalea permetteva di scendere in giardino. Ma non s'allontanò così rapidamente da non avere il tempo di vedere fissi su la sua persona gli occhi di Eva, esterrefatti come gli occhi di un uomo che durante un terremoto si veda cader giù nel vuoto, una dopo l'altra, le quattro pareti che lo circondano. Il tiranno cui il vassallo manca improvvisamente di rispetto non ha, in primo tempo, che un moto di sbalordimento. La forca che punirà il ribelle non verrà che più tardi, dopo ricuperati gli spiriti sbigottiti. Ma quella forca Pierino l'intravvide prima ancora ch'essa fosse eretta e, pensando anche a questa espiazione, e a tutta la sua viltà, e a tutta la sua schiavitù, gridò un'ultima volta verso sua moglie, contro sua moglie, proprio per sua moglie: «Basta!»
Così nella commedia come nel dramma di Pierino Balla melomane c'era sempre un po' di musica. Appena che fu disceso in giardino, infatti, per sbollire con l'aria aperta un po' di sangue caldo, l'orchestrina, lassù, nella veranda riattaccò un valzer, un valzer viennese, sospirato dai violini già oramai per la quarta o quinta volta nella serata:
Laggiù nel silente giardino