Poichè anche nelle coscienze in evoluzione le vecchie abitudini non si sradicano d'un tratto, a quelle parole Pierino guardò il moncherino del luogotenente Federico e la sua gamba paralizzata. E si vide a sua volta conciato in quel modo. Vi sono evidentemente spettacoli di sè stessi più incoraggianti di quello e però non v'è da meravigliarsi se, a quella visione prospettata dalle parole del luogotenente Federico, Pierino si sentì correre un brivido giù pel filo della schiena.
— Vedete, riprendeva il luogotenente Federico, vedete, l'amore della patria è così grande che nulla può diminuirlo. Io sono un invalido, ho un braccio di meno e una gamba perduta. A meno di trentacinque anni io sono un uomo inutile. Ma che m'importa? Quello che io ho fatto era per il mio paese più necessario di quanto non fossero necessarii a me questa gamba e questo braccio che non ho più, di quanto non fosse necessaria a me la mia stessa vita se questa avessi dovuto perdere.
Col braccio ancora valido, con la mano ancora viva, il luogotenente batteva sopra un ginocchio di Pierino.
— Ho sempre avuto per voi, riprendeva, l'affetto più sincero. Ma avervi in questi ultimi tempi veduto troppo docile ai capricci e alle imposizioni dell'ingenuo nazionalismo di mia sorella, avervi veduto in un'ora in cui per così ardenti e nobili passioni uomini d'ogni paese e d'ogni età dànno la vita, avervi veduto insomma così assente, così lontano da ogni passione, così immemore del vostro dovere, m'aveva, ve lo confesso, armato di diffidenza contro di voi. Stasera voi m'avete fatto ricredere. Siete un buon marito, e questo mi fa piacere per mia sorella. Ma siete anche, finalmente lo vedo, un buon italiano e questo mi fa anche molto piacere per voi.
Su l'anima di Pierino avevano effetto irresistibile non solo i bei valzer ma anche le buone e le belle parole. Chè era, insomma, un buon ragazzo e i buoni ragazzi si commuovono facilmente. Ascoltava il luogotenente Federico con una commozione profonda, la quale gli velava gli occhi di una leggera nebbiolina di pianto. Guardava attraverso quel velo l'ufficiale mutilato e il quadro che gli era d'intorno. Andavano e venivano per la terrazza donne belle ed eleganti ch'eran tutto l'amore, uomini ch'eran tutta la giovinezza, tutta l'azione, tutta la ricchezza, tutta la potenza, tutta la vita. Illuminazioni e musiche mettevano attorno a quella gente che viveva la vibrazione e il colore della vita in movimento. Giù, oltre il giardino, la montagna tutta crivellata di luci d'oro, su, oltre il giardino, il cielo tutto tempestato di luci d'argento, mettevano intorno alla limitata vita degli uomini la illimitata vita della natura. Fra quelle vite il giovane ufficiale era lì, superstite, monco, invalido, impossibilitato ormai a muoversi da solo, scemato in tutte le sue forze, annullato in tutte le sue speranze, in tutte le sue ambizioni, in tutte le illusioni. Tuttavia così il superstite parlava. E non vi era nelle sue parole un'ombra di rimpianto o di rammarico. Il sacrificio fatto gli era lieve, gli era lieto. Di che qualità superiore eran dunque quegli uomini che italiani o austriaci avevano fatto o facevano il loro dovere? Di che qualità inferiore era dunque lui, Pierino, chè, nè italiano nè austriaco, non aveva compiuto nessun dovere, che al suo dovere, anzi, s'era sottratto? Tutto questo era nell'animo di Pierino, vago, confuso, indeciso, in uno stato di nebulosa nella quale sia finalmente riconoscibile un pensiero in formazione. Non era, Pierino, uomo di profonda e tormentata psicologia e chi gli avesse parlato, con lo stile letterario in uso qualche anno addietro, d'introspezioni gli avrebbe fatto credere che parlava d'affari concernenti la pubblica sicurezza. Ma se non passava la sua giornata a spiegare o a definire quello che non sentiva, nella sua giornata, specialmente da qualche tempo, gli accadeva di sentire in modo che, anche se avesse voluto, non sarebbe riuscito nè a spiegare nè a definire. In altri termini, mentre parlava, il luogotenente Federico teneva bene aperti e ben fissi su di lui i suoi grandi occhi azzurri di fanciullo e di soldato. Ma, per quanti sforzi facesse, Pierino non riusciva a sollevare i suoi fino ad incontrare quelli del mutilato e, curvo su la persona, i gomiti su le ginocchia, le braccia penzoloni giù fra le gambe, non sapeva decidersi ad avere orizzonte più ampio e più alto di quello segnatogli dai due specchietti lucidi delle punte dei suoi scarpini.
Finalmente si levò. Era tardi e intorno a loro la terrazza s'era sfollata poco dopo che l'orchestrina aveva sviolinato l'ultimo valzer. Offrì all'invalido di riaccompagnarlo fino alla sua stanza.
— Vi ringrazio, rispose il luogotenente Federico, ma io rimango ancora qui. La guerra mi ha lasciato un'insonnia invincibile. Verrà più tardi a prendermi il mio domestico. Son come un bimbo oramai che bisogna vestire e svestire...
Sorrideva con un po' di malinconia, ma senza amarezza. Poi sùbito il sorriso si fece più chiaro e più lieto:
— Andate voi a riposare, mio caro Pierino. E non vi date pensiero di quanto è accaduto. Avete fatto quello che dovevate fare e domani Eva sarà la prima a riconoscerlo...
Domani... Pierino salì nella sua camera pensando a quel domani che a lui non sembrava così libero di minacce come al luogotenente Federico. Poichè il saper attendere con fermo cuore il risolversi delle situazioni difficili è prerogativa dei forti, Pierino non poteva naturalmente adattarsi a passar tutta una notte senza sapere che cosa Eva pensava di lui. Così, dopo essere rimasto appena dieci minuti nella sua stanza, uscì per salire al piano superiore, prendendo, come suol dirsi, il suo coraggio a due mani. E, poichè gli accadeva di fermarsi talvolta a meditare su le frasi fatte come se gli avvenisse d'incontrarle per la prima volta, osservò sorridendo che veramente due mani dovevano bastare a prendere il suo coraggio, che, a giudicare dal tremito che gli infiacchiva le gambe su per le scale dell'albergo, non era certamente gran che. Ma i timidi, incominciata un'azione, sono in questa più ostinati che gli audaci poichè sanno che se non avranno il coraggio di andare fino in fondo non avranno neppure mai quello di ricominciarla. Così giunse Pierino al corridoio del piano superiore dove era la stanza di sua moglie. Era certo di trovarla ancora desta poichè Eva era solita, prima di addormentarsi, di concedere le prime ore della notte alle sue interminabili letture. Quel passo remissivo e deferente ch'egli doveva fare verso di lei per ottenere un'indulgenza plenaria o parziale agli effetti della sua scandalosa ribellione di un'ora prima gli sembrava tuttavia sempre più doloroso per il suo amor proprio e sempre più tormentoso per la sua timidezza. In fondo non andava egli da sua moglie per chiederle di perdonargli di essere stato italiano? Non andava, con quella ritrattazione, a distruggere la nobiltà di un impeto per il quale il luogotenente Federico lo aveva felicitato? Non andava ad offrire al major Hampfel, attraverso sua moglie, delle scuse che al posto suo il major Hampfel non avrebbe certamente mai fatte? Non si ridava, con quell'atto, mani e piedi legati alla tirannia morale e materiale di sua moglie? Non avrebbe fatto meglio ad ostinarsi nel suo atteggiamento e, a costo di qualsiasi rancore di sua moglie, ad aspettare che sua moglie fosse persuasa ch'egli era oramai trasformato affinchè in questa trasformazione ella trovasse le ragioni di stimarlo di più e di amarlo diversamente? Saggi punti interrogativi tutti questi... Ma Pierino amava sua moglie con cieca devozione e l'amore bendato, anche se è mal dato, rifugge istintivamente dalla saggezza. Sapeva solamente, Pierino, che rimanere in collera con Eva gli sarebbe stato insopportabile, che mai come quella notte desiderava di stringersela, a pace fatta, tra le braccia, di trovarsela accanto appassionata e tenera come soleva essere quando, nelle effusioni dell'amore senza nazionalità precisa, il suo orgoglio austriaco di fronte a un marito italiano finalmente disarmava.