In queste indecisioni Pierino temporeggiava. Ma, se Fabio il Temporeggiatore temporeggiava all'ombra di un faggio discorrendo di guerra coi suoi legionarii, Pierino temporeggiava lì, in fondo a un corridoio d'hôtel illuminato solamente laggiù da una lampadina che indicava alle camere di ognuno dei clienti un camerino in comune per tutti i clienti. Dall'ombra dove era rimasto in attesa di decidersi Pierino aveva veduto una striscia di luce sotto la porta della sua antica stanza, ora occupata dal major Hampfel. Anche questo particolare lo aveva arrestato, per paura che il major Hampfel sentendo camminare nel corridoio avesse potuto aprire la porta e incontrarsi così con lui faccia a faccia. Non tardò, Pierino, ad accorgersi che la sua preoccupazione era giusta poichè ad un tratto la porta del major Hampfel s'aperse ed il maggiore mettendo fuori la testa guardò a destra e a sinistra nel lungo corridoio semioscuro. Poi chiuse. Ma, dopo altri pochi secondi, riaprì e guardò ancora. Ancora richiuse e poi ancora riaprì. Comprese, Pierino, che il major Hampfel doveva attraversare il corridoio e che non gli piaceva, in quella traversata notturna di necessità troppo evidente, di incontrare qualcuno, poichè un eroe non consente a perdere il suo prestigio nella schiavitù alle più umili necessità. Difatti la porta del major Hampfel si aprì una quarta volta e questa volta il maggiore uscì dalla sua stanza, tutto attillato nel suo pigiama rosa e con un paio di pantofoline crema che calzavano un piedino assolutamente inverosimile per un così terribile uomo d'armi. Mentre Pierino si felicitava di avere così esattamente compreso tanto la veglia prolungata quanto le ripetute esplorazioni del major Hampfel, questi si avviava rapidamente verso la lampadina accesa nell'angolo di corridoio opposto a quello dove Pierino, sempre nell'ombra, aspettava che l'inaspettato incidente si fosse interamente svolto. Ma ad un tratto vide il major Hampfel sostare. E dove? Dinanzi alla porta della stanza occupata dalla signora Kramer-Balla. Lo vide con due dita picchiare leggermente alla porta. Cercò ancora di spiegare l'inesplicabile.... Forse aveva dimenticato qualche cosa, forse si sentiva male e chiedeva l'aiuto di Eva... Ma la porta di Eva, intanto, s'era pianamente aperta. Il major Hampfel era entrato nella stanza. Poi, dalla porta socchiusa, aveva nuovamente sporto la testa ad osservare il corridoio in su e in giù. E, dall'ombra, Pierino sentì un giro di chiave, un giro di chiave che non lasciava più dubbii. Ma, come se questo non gli fosse ancora bastato, Pierino percorse di volo, in punta di piedi, il corridoio, raggiunse la porta di sua moglie, incollò l'orecchio all'esile legno ed ascoltò la voce di Eva, — la voce di Eva dire come non l'aveva detto mai a lui, povero Pierino:
— Ich liebe! Ich liebe! Io ti amo, ti amo!
X. ULTIMI ECHI DI VECCHI VALZER
Come in molte altre faccende anche nella carriera di marito tradito il primo passo è quello che conta. Tra la rispettabilità coniugale d'Otello e la pessima riputazione di Menelao non c'è che un passo, un passo mancato. Se al primo momento in cui avviene la rivelazione dell'infortunio coniugale cade su gli occhi quella benda dell'impulso irresistibile su la quale i giurati di tutti i processi passionali sono oramai invitati a meditare, il marito uccide. Se la benda non cade, il marito invece riflette. E tutti sanno che la riflessione è stato d'animo essenzialmente inattivo, poichè è provato e riprovato che più agiscono quelli che meno riflettono. Così Pierino, non appena gli «Ich liebe» pronunciati teneramente da sua moglie non gli ebbero lasciato nessun dubbio su la natura del colloquio che si svolgeva dietro quella porta fra Eva e il major Hampfel, sentì che il suo decoro di marito, che il suo onore di uomo, che il suo risentimento di innamorato offeso gli imponevano di levar la mano vendicatrice su la maniglia di quella porta, di farsi aprire quella stanza per amore o per forza e di giungere, terzo incomodo in quell'idillio, con fieri accenti e cipiglio di circostanza. Ma esiste, anche nell'infortunio coniugale, uno stato d'animo intermedio che non e nè l'ira d'Otello nè la rassegnazione di Menelao. Questo stato d'animo è lo sbalordimento. Giova anche osservare che Pierino era salito alla camera di sua moglie come un colpevole umiliato e pentito che aveva molto da farsi perdonare. Ora non è facile cambiare d'improvviso il tono della nostra coscienza trasformandosi inopinatamente ed istantaneamente da giudicabile in giudice, da giustiziabile in carnefice. Trascorsero così, in quello stato di stupimento, i primi cinque minuti durante i quali Eva e il major Hampfel continuarono a parlare, ma con parole tedesche il cui significato era meno esplicito di quello delle precedenti per il limitato vocabolario di Pierino. Dopo cinque minuti Pierino si trovò di nuovo di fronte al caso di coscienza e tornò a domandarsi se doveva o no farsi aprire e se doveva o non far valere i proprii diritti di marito oltraggiato. Ma vi sono, nelle situazioni, particolari che le mutano radicalmente. Pierino ebbe la lucidità di vedere nei suoi particolari la situazione nella quale si sarebbe trovato, agendo, impegnato. La stanza di sua moglie aveva ai lati altre due stanze ch'erano occupate da due ménages coi quali, durante l'oramai lungo soggiorno in quell'hôtel, s'erano stabilite cordiali relazioni. S'egli fosse entrato nella camera di Eva, se, di fronte agli amanti, egli avesse tirato due colpi di revolver o avesse almeno tirato fuori dal suo animo esacerbato i giusti argomenti della sua collera coniugale, i ménages contigui si sarebbero certamente destati e sarebbero molto probabilmente accorsi. La colpa di Eva passava e avrebbe continuato a passare inosservata: un lieve ricamo di baci, di sospiri e di tenere parole sussurrate a fior di labbra non strappava i vicini dalla quiete del sonno notturno. Ma l'intervento di Pierino avrebbe immediatamente trasformato quel duettino idilliaco in minore in un terzetto drammatico a piena orchestra. L'albergo intero si sarebbe destato all'eco delle voci irose, del probabile pianto disperato di Eva e delle prevedibili vie di fatto tra Pierino e il major Hampfel. Tanto più che dopo la guerra il major Hampfel era oramai mezzo sordo e non sarebbe stato possibile fargli capire che era un porco se non facendolo sentire in pari tempo all'albergo intero. La maggior coscienza che da qualche tempo egli aveva preso di sè aveva destato inoltre in Pierino il senso del ridicolo. Gli parve, così, intollerabile l'idea di dover passare sotto gli occhi di un albergo intero, ufficialmente segnato e bollato come marito sfortunato. Ma intanto altri cinque minuti erano trascorsi. Nella stanza di Eva non si udivano più parole: s'udiva solo, adesso, un complicato giuoco di baci e di sospiri sopratutto che mano mano diventavano sempre più sospirosi e quindi più eloquenti per Pierino che li riconosceva. Pensò ancora, Pierino, che dalla stanza vicina anche quei baci e quei sospiri potevano essere uditi. Fortunatamente i baci e i sospiri non sono facilmente riconoscibili ed i vicini, posto che Eva aveva un marito nello stesso albergo, potevano credere che quelle effusioni della giovane signora austriaca fossero, nel cuor della notte, riservate al legittimo titolare delle sue tenere grazie.
Ma, poichè il faut qu'une porte soit ouverte ou fermée, è sempre probabile che debba da un momento all'altro aprirsi una porta che per il momento è ancora chiusa. Pierino si vide quindi nella difficile situazione che si sarebbe prodotta se d'improvviso, per una di quelle improvvise necessità che nel cuor della notte interrompono il placido riposo degli uomini, una delle porte delle stanze attigue a quella di Eva si fosse aperta. Se l'avessero trovato lì sarebbe stato evidente che il duettino di sospiri e di baci intessuto nella camera di Eva non apparteneva, almeno per metà, a lui marito. L'intervento di un tenore di grazia sarebbe così stato più che evidente ed egli, lì, dietro quella porta, sarebbe apparso grottesco come un tenore fischiato che da dietro una quinta sente il rivale ricamare con successo la cabaletta che la prima donna non vuol più cantare con lui.
Ma i nostri pensieri saggi non basterebbero sempre a governare le nostre azioni se, ad un dato punto, non intervenissero a determinarci gli atti degli altri. Così Pierino sarebbe stato tutta la notte dietro quella porta a pensare che era il caso di andarsene senza per altro andarsene niente affatto se, ad un dato punto, nella camera a sinistra di quella di Eva, non avesse udito lo scatto secco di un commutatore di luce elettrica immediatamente seguito da un leggero scricchiolìo di letto e dal piccolo tonfo sordo di due piedi nudi che s'appoggiavano sul parquet di legno. L'evidenza che qualcuno si alzava, e che si alzava molto probabilmente per aprire la porta e per uscire nel corridoio, volse finalmente in fuga Pierino, il quale in punta di piedi rivolò via pel corridoio, scese a precipizio le scale con un gran batticuore e non ebbe pace finchè non si ritrovò in camera sua, seduto sul letto, con le braccia penzoloni e l'anima ancor più penzoloni che le braccia. Quando fu solo, restituito a una situazione almeno decente, Pierino cominciò finalmente a pesare sul serio a quanto gli era accaduto. Guardava fisso davanti a sè la sua valigia sopra un portabagagli e non gli batteva palpebra. Rimaneva così a guardare, a guardare con gli occhi dilatati, coi suoi buoni occhi di fanciullo meravigliato che gli si riempivano di lacrime. Rivedeva, con quelli occhi, nel suo cuore, tutto il suo passato. Gli tornavano in mente, con un aspetto nuovo, tutti gli avvenimenti grandi e piccini della sua vita coniugale e specialmente i primi: l'incontro di Eva al teatro, la visita nel palco, i saluti scambiati col major Hampfel nella barcaccia dirimpetto, i commenti in tedesco fra Eva e la sua giovane amica polacca, la passeggiata al Prater, la cena, gli sguardi di complicità scambiati fra Eva e l'amica, gli abbondanti sorrisi con cui a Vienna la notizia del suo fidanzamento era stata accolta, gli affettuosi saluti di Eva e del major Hampfel allo sportello del treno in partenza per l'Italia dalla Sudbanhoff, la destinazione del major Hampfel all'Ambasciata di Roma pochi mesi dopo il loro matrimonio e pochi giorni prima della guerra. Era evidente oramai per lui che l'amore tra Eva e il major Hampfel non era nato negli ardori della guerra ma molto più probabilmente nei dolci languori della pace. Avrebbe amato di poter credere che quell'amore non fosse cominciato prima di quella notte e che le sue intemperanze di italiano avessero gettato uno nelle braccia dell'altra i due austriaci, più che per un sentimento d'amore, per un senso di solidarietà nazionale offeso dalle parole di Pierino. Ma creder questo non gli era possibile ora che aveva aperto gli occhi. Chi ha tenuto gli occhi lungamente chiusi, quando li riapre vede con straordinaria intensità: nel riposo prolungato la vista sembra felicemente acuirsi. Quello che a Pierino era sempre sembrato un po' inesplicabile, la facilità cioè con la quale un povero italianino senz'arte nè parte aveva potuto al primo sospiro ottenere il cuore, la mano e la dote della figlia dell'illustre maestro Kramer, ora appariva a Pierino spiegabilissimo. Aveva sempre spiegato l'eccezionalità dell'evento con un fascino eccezionale che i suoi giovani anni avevano esercitato su l'animo di Eva e con le simpatie eccezionali che la sua perfetta conoscenza di tutto il repertorio operettistico viennese gli aveva assicurate presso il famoso compositore d'operette. Ora vedeva, invece, che la buona stella della signorina Kramer aveva condotto lui a Vienna proprio nel momento opportuno, quando cioè si trattava di riparare a Roma con un matrimonio purchessia quello che a Vienna s'era guastato. Certi particolari di singolare importanza gli ritornavano in mente. E ricordava d'avere interrogato alcuni medici i quali gli avevano assicurato, rassicurandolo, che, per quanto eccezionale, il caso può darsi che un nuovo stato di cose si produca senza che per nessun segno si mostri mutato lo stato di cose precedente.
L'incompetenza di coloro che non sono mai morti assicura che, prima di morire, il morente rivede in un attimo tutta la sua vita. La competenza dei mariti e degli amanti ingannati afferma che la crisi della rivelazione permette di vedere in pochi secondi tutto ciò che per mesi e per anni non era stato veduto mai. Tutto quello che era la fodera della sua vita di marito apparentemente amato e felice si scopriva adesso a Pierino. Gli si rivelava adesso anche tutto ciò che d'un po' ostile e d'un po' sprezzante aveva sempre confusamente sentito nei rapporti dei vecchi amici con lui, dal tempo del suo matrimonio in poi. Poichè difficilmente troviamo in noi stessi, ma più spontaneamente cerchiamo sùbito negli altri, la causa dei mutamenti di questi altri verso di noi, Pierino aveva imputato il mutamento di tono dei suoi amici all'invidia — leggera e benevola invidia, ma invidia — che la sua nuova posizione doveva destare in tutti loro rimasti mediocri nel loro mediocre destino. Capiva che, quando era in un negozio con loro e ordinava di mandargli i pacchi dei suoi acquisti al Grand Hôtel; o quando usciva con loro dal caffè, dagli antichi caffè dai quali erano usciti tante sere insieme stretti, a braccetto, per ripararsi in due sotto un solo ombrello, e li salutava adesso per salire in una limousine da venticinquemila lire; o quando passeggiava con loro e metteva ogni giorno la fresca eleganza di un vestito nuovo accanto alla mediocre decenza del loro vestito di tutt'i giorni, capiva di far cose che non potevano conciliargli molte simpatie. Sentiva una sorda ostilità — e ne soffriva. Si sentiva attorno un'irragionevole diffidenza — e ne soffriva. Sentiva che, sebbene a malincuore, i suoi amici lo mettevano al disopra di loro — e ne soffriva, perchè, bravo figliuolo com'era, voleva esser considerato sempre lo stesso ed era, infatti, per loro, sempre lo stesso. Ora capiva invece che gli amici, col loro riserbo, con la loro freddezza, con quelle strette di mano impacciate e frettolose, con quella amicizia cauta che non cerca ma solo si limita a non evitare, non lo mettevano più su di loro, ma più giù, molto più giù di loro, in una zona intermedia tra lo sporcaccione e l'imbecille e che, come tutte le zone di frontiera, aveva in sè un po' dell'uno e un po' dell'altro. Evidentemente i suoi amici sapevano quello che lui non sapeva. Ed evidentemente essi non ammettevano che lui potesse non sapere quello che sapevano loro: il suo bel destino di marito comodo, di marito salvapparenze, di marito ad usum dell'herr major Hampfel. Di lui, di sua moglie e del bel maggiore, ora lo sentiva, si doveva esser parlato dappertutto durante un intero inverno, nei teatri, nei salotti, negli alberghi eleganti, nei tea-rooms delle cinque. Rammentava che, dovunque entravano, li seguiva sempre un fruscìo leggero di conversazioni sommesse. Aveva sempre pensato che quelle conversazioni fossero oltremodo benevole per loro, che avessero per oggetto l'avvenenza valchiriana di Eva e la sua eleganza secessionista. Ora quelle conversazioni gli erano chiare, senza averle mai sentite, come se le sentisse ancora: «Chi sono? — Sono i Kramer-Balla.... — Graziosa lei... Fiera e forte come Brunilde... — E quel marito? Un povero diavolo che rattoppa le reputazioni in pericolo... — Ménage à trois? — Ma sì, fin da prima del matrimonio... Tra Eva con tanto di peccato su la coscienza e il major Hampfel con tanto di moglie su le spalle, ci voleva il signor Pierino con tanto di faccia da imbecille... Tutti d'accordo e tutti felici... — È la Triplice Alleanza coniugale: due che fanno i loro affari e un terzo, l'italiano, che fa da scemo....»
La Triplice Alleanza! Sì, questo lo ricordava, Pierino: una sera, all'albergo, si erano fatti dei giuochi e dopo si facevano le penitenze. Era in berlina lui. E gli riferivano, due amici di buona memoria, le impertinenze dette loro da amiche e da amici... Ricordava... Uno gli disse: «Sei in berlina perchè sei la Triplice Alleanza!» Non ci aveva badato: credeva si trattasse d'uno scherzo politico. Ora si ricordava. E un altro ancora gli aveva detto: «Sei in berlina perchè l'aquila bicipite ha due teste e tu invece ne hai tre!» Non aveva capito neppure questa. Aveva veduto gli altri ridere e aveva sorriso anche lui, per aver l'aria intelligente. Ricordava, ricordava ancora... Un terzo aveva detto: «Sei in berlina perchè ti piace troppo il Conte di Lussemburgo.» In fatto d'opinioni musicali ognuno la pensa a modo suo. Ma ora capiva: il conte di Lussemburgo è un signore che sposa per conto di un altro. E ricordava, ricordava ancora... Molte sere, al bar, gli amici della nuova società lo accoglievano motteggiando e cantando un valzerino famoso:
Maritin,
tesorin....