Non se ne adontava. Burlavano le sue manie: scherzo innocente fra amici e che gli faceva piacere. E ancora, ancora ricordava, ricordava che tutti domandavano a lui quando il major Hampfel avrebbe raggiunto la sua destinazione di Roma. E smaniavano, e aspettavano, e chiedevano, come se dall'arrivo del major Hampfel a palazzo Chigi dovesse cominciare per Roma l'èra felice.
Passato e avvenire sono così strettamente saldati dal breve anello dell'attimo presente che quando si comincia a riandare il passato si va avanti sempre a guardare un po' nell'avvenire. Così da ieri Pierino era inavvertitamente passato a domani e ora prevedeva la fine della notte, il sorgere del nuovo mattino, la necessità d'incontrare, all'ora solita, attorno alla tavola della solita colazione, sua moglie e il major Hampfel. Senza che nessun pensiero preciso si formasse nel suo cervello, Pierino s'era levato, aveva preso sul portabagagli la sua valigia di cuoio, l'aveva aperta su un tavolino e ora incominciava a metterci dentro un po' di roba. Eran vestiti eleganti dal taglio dei grandi sarti, biancheria dei grandi camiciai, cravatte di Charvet, oggetti da toilette in argento o in oro, scarpe da cento lire al paio, profumi da quaranta lire la bottiglia. Eva lo aveva voluto così, raffinatamente, irreprensibilmente elegante. E per l'eleganza di suo marito, infatti, non aveva mai badato a spese. Ricordava. Andava, Pierino, nei magazzini, sceglieva, comprava, faceva mandare all'hôtel al nome del signor Balla e all'hôtel la signora Kramer-Balla, puntualmente, pagava. Povero Pierino! Era tutto mortificato adesso nell'osservare, come non gli era prima mai capitato, che tutta quella roba, tutta quella bella roba del suo equipaggiamento d'uomo elegante, era tutta roba di sua moglie, pagata da sua moglie... E, con la mano leggermente tremante, cominciava a ritogliere dalla valigia quello che ci aveva già messo.
Quando fu vuota cercò intorno qualche cosa da portar via, qualche cosa che fosse veramente sua. E, per quanto cercasse, non trovò che due vecchie camicie delle sue antiche eleganze di scapolo e il ritratto della sua mamma che laggiù, a Sorrento, s'era accomodata ben bene coi denari che il suo figliuolo le mandava di tanto in tanto, con quei denari ch'erano ancora, e sempre, uno chèque di Eva, niente altro mai che uno chèque di Eva. Lasciò da parte la valigia, acquistata anche quella da Eva, a Vienna, pochi giorni prima della partenza per il viaggio di nozze. Per impacchettare quelle due vecchie camicie e il ritratto della mamma bastava solo un giornale, un giornale italiano. Poi, quando il minuscolo bagaglio fu pronto, Pierino si guardò addosso: era ancora in smoking, la caramella pendente giù su lo sparato immacolato, il fiore all'occhiello. Doveva aver però un vecchio abito suo, che teneva, così, per capriccio sentimentale, senza indossarlo tanto era oramai fuori di moda; ma lo teneva perchè con quel vestito aveva viaggiato verso Vienna, verso Eva e verso la felicità. Era suo, proprio suo, quel vestito. Aveva ancora, dietro il collo, il nome del piccolo sarto modesto che allora perdeva ore ed ore per accontentarlo e che poi Pierino aveva abbandonato pei Prandoni e pei Morziello. Sentì, a indossare di nuovo quel vestito, una gioia curiosa, quasi paragonabile a quella che deve provare un galeotto il quale svesta finalmente il suo camice per indossare di nuovo un vestito d'uomo libero. Poi, quando fu pronto, pensò al portafogli. Non poteva portare via il denaro di Eva che aveva con sè. Contò: erano circa duemila lire... Contò e ricontò il denaro. Fece un breve riassunto delle ultime spese, mise denaro e riassunto in una busta, vi scrisse sopra con mano tremante il nome, e, fra parentesi: «da parte del signor Balla.» Poi mise bene in vista la lettera sul suo tavolinetto da notte. Nel portafogli cercò di nuovo. Aveva, in un cantuccio, in una vecchia busta, un biglietto da cento, suo, tutto suo, l'ultimo biglietto suo, ch'egli aveva gelosamente conservato, così, per trovare, rovesciando ciò che dice il poeta, il maggior piacere nel ricordarsi della miseria nel tempo felice. Quando fu su la porta, striminzito nel suo vestitino troppo attillato, con sott'il braccio l'involtino delle due camicie da notte e del ritratto della mamma, si volse indietro a guardare la camera che lasciava, la vita da cui fuggiva... E c'era lì, sul tavolino, in una piccola cornice ovale, un ritrattino di Eva.
Un disgusto profondo di sè, di Eva, di Hampfel prese Pierino nel vederlo. Corse infatti al tavolino, prese il ritrattino e sputò sul vetro con un impeto cieco d'ira e di vergogna. Ebbe la tentazione di gettarlo a terra, di schiacciarlo sott'i suoi piedi, ma non lo fece. Anzi, cercò un asciugamani, rasciugò il vetro con cura, poi depose di nuovo il medaglioncino su la tavola e si avviò di nuovo alla porta. Ancora si volse a guardare. È vero: era la vergogna, l'inganno, la frode, era l'orrore d'un tacito e osceno mercato. Ma era stata anche, per un anno, per lui, la vita, il sogno... Sospirò, si passò le mani su gli occhi lustri di lacrime. Poi fece per uscire. Ma una forza, il ricordo, l'indomabile ricordo di Eva, lo ritrasse ancora indietro. Corse al tavolino, prese il ritratto, lo mise nella tasca della sua vecchia giacchetta, e, col fagottino sott'il braccio, col cuore fiero, con l'anima umile e umiliata, col pianto che gli stringeva la gola sino a soffocarlo, fuggì via verso le scale, scappò via come un ladro....
Come sono i timidi quelli che, una volta lanciati, si rivelano sovente i più audaci, così sono i caratteri deboli quelli che, messi una volta alla prova, si dimostrano i più forti. L'energia improvvisa è, come l'ingegno improvvisatore, inconsapevole. L'uomo si trova ad essere trasformato senza saperlo e, poichè non ha un'esatta visione della trasformazione avvenuta, gli sembra, se gli avvenga di ricordare il passato, assolutamente inconcepibile che gli sia stato un giorno possibile di compiere azioni diverse da quelle che presentemente egli compie. Così Pierino, rivalicata la frontiera e tornato in patria, vedeva come un sogno, come un incubo, il ricordo di quel penultimo viaggio che, la sera stessa della dichiarazione di guerra, l'aveva portato a cercare quiete e scampo, in compagnia di sua moglie, in terra elvetica libera e neutrale. Aveva passato le prime ore del viaggio di ritorno in patria in quello stato d'abbattimento che segue lo sforzo nervoso delle grandi crisi risolutive. Ma si compiaceva nel pensare che l'improvvisa partenza e la mancanza di qualsiasi spiegazione tra lui e sua moglie lo mettevano in una situazione singolarmente felice. Infatti, poichè tutti ignoravano ch'egli avesse quella notte scoperto il segreto del suo benessere coniugale e l'infortunio subito dal suo amor proprio di marito, questo segreto poteva ancora esser creduto tale per lui e quell'infortunio non lo esponeva, svelato, a quel ridicolo che, per iniqua contraddizione tra cause ed effetti, accompagna sempre, nelle crisi delle felicità domestiche e nelle contravvenzioni al patto matrimoniale, non il coniuge colpevole ma il coniuge innocente. Due o tre ore dopo la sua fuga, la notizia della sua scomparsa doveva essere giunta ad Eva, a suo fratello e al major Hampfel. Questa scomparsa non era stata evidentemente spiegata se non ricollegandola al violento incidente prodottosi la sera prima su la terrazza. Nessuno poteva dunque ricercare nella sua mortificazione di marito ingannato le ragioni d'una fuga in cui non si poteva discernere altra determinante se non l'improvviso ricupero d'una sua coscienza d'italiano perduta sino allora nell'egemonia austriaca che sua moglie esercitava.
Stabilito così che sua moglie non avrebbe potuto dare nell'albergo intero altra spiegazione alla partenza di suo marito che quella d'un improvviso ritorno in patria per compiere il suo dovere di soldato, Pierino si rallegrò. Usciva da una vita indegna, è vero, ma con un'uscita decorosa. E, se è esatto che un bel morir tutt'una vita onora, anche una dimissione dalle funzioni di marito data a tempo e data bene può riscattar la vergogna d'un lungo servizio troppo docilmente prestato. In fondo, la sorte gli era benigna se salvava, sott'il prestigio dell'amore patriottico, la vergogna del suo povero amore coniugale così miseramente finito. Meno male! Ci sorrideva, ci scherzava sopra, Pierino. Ma si sentiva però il cuore piccolo piccolo, stretto stretto in un pugno, un pugno piccino, d'una mano che stringeva, stringeva e aveva le dita lunghe, affusolate, così sottili che sembravano artigli: la mano di Eva. E se l'ora terribile gli ritornava in mente, se riviveva il momento in cui aveva veduto entrare il bel maggiore in pigiama nella stanza di sua moglie, si sentiva salire il rossore al volto e gli sembrava che tutti i suoi compagni di vagone dovessero leggere in quel rossore la sua vergogna passata e la sua vergogna presente.
Li guardò, questi compagni di vagone. Eran saliti in quel carrozzone di terza classe dopo Genova e discendevano verso Roma come lui, Pierino, discendeva verso Napoli per andare ad abbracciare a Sorrento la sua povera mamma che lo credeva felice. Li ascoltò parlare. Erano sbarcati a Genova quella mattina. Parlavano della città con quell'ammirazione indeterminata che è propria dei viaggiatori che non hanno avuto il tempo di vedere nulla. Ora, tra tunnel e tunnel, guardavano i meravigliosi cantucci tra monte e mare della Riviera di Levante. Guardavano il mare azzurrissimo, il cielo splendidissimo della mattina d'estate. Guardavano il colore italiano, con occhi meravigliati, come cosa nuova. E dicevano fra loro, con grandi scoppii di voce, la loro meraviglia. La dicevano male, con un italiano impacciato e duro, screziato ogni tanto di parole spagnuole. Ora parlavano dell'Italia, della guerra necessaria, della vittoria certa, della gioia e dell'onore di cooperare a conseguirla. D'un tratto uno di loro si volse a Pierino:
— E' richiamato anche lei? domandò.
— No, rispose Pierino arrossendo, la mia classe non è ancora sotto le armi ed io sono riformato. Ma vado a iscrivermi volontario anch'io, nella mia città natale, a Napoli.