E sorrise vedendo Pierino su l'attenti, immobile, impassibile, con la mano alla visiera del berretto e gli occhi buoni che lo fissavano riconoscenti per averlo accolto così, come un buon figliuolo, come un bravo soldato.
Chiamarono, i compagni, Pierino. Erano distesi per terra in gruppo, con le teste appoggiate su le gambe d'un compagno, su la terra della trincea, su lo zaino o su la coperta da campo. C'era fra loro l'altro amico di Pierino.
— Vieni qui, gli dissero. S'aspetta in pace l'ora del tè.
— E dei biscotti, aggiunse un altro, mostrando il fucile.
— Tè austriaco, strillò un terzo, e biscottini italiani!
E, sollevandosi sul braccio, guardando fuori dal muretto che li riparava, mettendo la mano alla bocca come per aiutare la voce a giungere sino all'opposta trincea, gridò con quanto fiato aveva in gola:
— Attenti alle indigestioni, Kamarades!
Risero, cantarono. Uno attaccò il valzer della Vedova Allegra. Gli altri fecero coro. Poi fu la volta del Conte di Lussemburgo. Poi quella del Sogno d'un Valzer, il valzer di Franzi:
Laggiù nel silente giardino...
Tutto ritornò, a quel richiamo, nell'animo di Pierino, tutta l'ultima sera, tutta l'ultima notte della sua vita passata, abolita, della sua vita da dimenticare e da riscattare.