— Ah, siete voi, Filangieri? disse lo scrittore volgendosi e riconoscendo l'uomo che l'aveva salutato. Come mai da queste parti? Non più alle ballerine si limita la vostra caccia serale, ma si estende anche alle commedianti? I miei complimenti!
— Pardon, pardon, rispose Filangieri con una pronunzia che marcava l'erre e non prendendo la mano che Farnese gli tendeva per congedarsi. Io non ho mai limitato le mie cacce, come dite voi, alle ballerine od alle commedianti; mio Dio, fra le starne e le quaglie la differenza non è molta..... Ma ora vengo qui perchè quella Claudina Rosiers è veramente graziosa e mi dicono anche che sia molto, dirò così, assediabile... Che ne sapete voi? voi, autore drammatico?
Farnese dovette faticare a vincere la tentazione che gli era venuta di picchiare sul cappello luccicante del fatuo bellimbusto. Cercò di rispondergli a dovere, ma Filangieri aveva già cambiato discorso e gli domandava con falso interesse:
— E voi che fate? Lavorate? Lavorate? A che, se si può sapere? È molto tempo che non abbiamo più nulla di vostro! Sarete crudele per molto tempo ancora?
— Non credo, rispose Farnese, osservando la faccia glabra e il colorito rossastro e la figura tozza e grossa dell'aristocratico viveur, poichè da quindici giorni tutti i giornali annunziano nelle loro cronache la mia nuova commedia che andrà in scena qui fra tre o quattro giorni. Buona sera.
E, stretta la mano dell'elegante, si allontanò per rivoltarsi poi a vedere il naso lungo fatto dal suo interlocutore a quella inattesa risposta che l'aveva lasciato male. Un po' infastidito per il ritardo, lo scrittore arrivò al palcoscenico, traversò la scena già pronta per il nuovo atto, passò in mezzo alla folla dei comici senza fermarsi con nessuno, arrivò al camerino di Claudina, bussò discretamente alla porta col pomo di cristallo del suo bastone e, mentre un'indifferente voce femminile rispondeva «avanti», egli entrò. Ma quale non fu la sua delusione nel trovare Claudina circondata da quattro abiti neri, che esponevano in quel camerino d'attrice ed intorno a quella donna bella la loro imbecillità e la loro presunzione! Chiunque avrebbe potuto leggere sul volto di Claudina un'eguale ed intensa espressione di fastidio, il cui significato, dopo l'ingresso di Farnese, era evidentissimo e chiunque avrebbe compreso che il meglio da fare era ritirarsi e lasciar libera la piazza. Non certo i quattro visitatori capirono questo, pur avendo osservato quell'espressione di contrattempo disegnarsi sul volto dell'attrice. Essi erano quattro purissimi rappresentanti di quella speciale gioventù che passa l'esistenza, consentita a loro oziosa dalle eredità famigliari, tra le sale dei circoli ed i bars equivoci, le orizzontali ed i bookmakers. Essi odiano i salotti perchè il loro spirito grossolano, la loro ignoranza presuntuosa e le loro attitudini equivoche ve li fanno trovare a disagio. Ogni sera, dalle otto alle tre di notte, si incontra ovunque la loro marsina perfetta ed il loro monocolo inglese, ogni sera espongono la loro bestialità e la loro volgarità. Ed il più triste è questo: che il più delle volte questi bei campioni hanno i nomi più illustri dell'aristocrazia europea e su ciascuno di essi, si può mettere, come faceva Farnese su quei quattro, un nome venerato di papa, di cardinale o di guerriero e su la loro carta da visita — che lasciano alle più volgari donne galanti con due righe d'invito o di scusa — hanno gli stemmi più immacolati e gloriosi. Farnese pensava questo, guardando quei quattro, uno dei quali era un conte di Fontanerose, il cui trisavolo era stato uno dei più illustri generali savoiardi, ed ora il giovane conte era celebre fra i suoi camerati per le sue relazioni ridicole con una orizzontale quarantenne; un altro, un Sammartino, aveva il padre ministro fra i più stimati e la sua famiglia era fra le più chiare per opere d'ingegno e di spada — mentre il giovane rampollo era divenuto celebre per aver giuocato in una notte di baccarat un suo palazzo del valore di cinquecento mila lire; il terzo, un giovine imberbe di venti anni ma già logoro e vizzo, un Morosini, aveva gli avi fra i dogi ed i più eminenti personaggi della gloriosa Repubblica Veneta e si diceva che il giovinetto minacciasse la madre, quando la povera donna ricusava di dargli quel denaro, che egli portava a una comparsa da operette in compagnia della quale si ubbriacava di acquavite, tutte le sere, in un fetido bar di via Cavour; il quarto, infine, un tal Santacroce, ultimo avanzo di antichissima famiglia fiorentina, — che aveva avuto un avo paterno in Palestina a combattere nelle crociate a fianco di Goffredo di Buglione per la liberazione di Gerusalemme ed il cui nome è ricordato da Torquato Tasso nel suo poema come quello di uno eroe integerimmo — era già stato escluso da tre clubs milanesi e veneziani perchè sorpreso mentre barava al whist.
Ripensando la storia di quei quattro importuni, Farnese, che in altri momenti se ne sarebbe rattristato, sorrise di un amaro sorriso ironico. I quattro fantocci, che avevano teso con gravità ed estrema eleganza inglese la mano allo scrittore, ricominciavano a discorrere delle gambe di una danzatrice ungherese del caffè delle Varietà, delle acconciature di una cantante dell'Olimpia, delle prossime corse a Tor di Quinto e delle probabilità di rivincita di Jenny o di Saut-de-terre, dell'ultima partita di Sammartino al Circolo del Remo, dell'abilità del giovane Morosini a confezionare i cocktails americani. Farnese non nascondeva il suo fastidio, mentre Claudina tentava di fargli capire come ella fosse annoiata dalla presenza di quei quattro bellimbusti e, ad un dato momento, avvicinatosi all'attrice col pretesto di prendere una parte manoscritta che era sul tavolo, egli le disse nell'orecchio: «Me ne vado.» Allora l'attrice si levò e spinse fuori dal camerino i quattro bellimbusti, che si erano anch'essi levati con lei, dicendo loro:
— Miei cari signori, perdonatemi, ma io devo vestirmi e se la vostra compagnia è piacevole, io devo ancora cenare.
Uno stupido gridò:
— Venite a cena con noi. Ci divertirete.