— Verrei, rispose l'attrice dalla porta socchiusa, se voi aveste, per un caso miracoloso, la medesima possibilità di divertir me!
Quello dei quattro che aveva più spirito, Santacroce, mormorò inchinandosi alla porta del camerino della commediante:
— Toccati!
Ma gli altri protestarono perchè Farnese era rimasto dentro. Santacroce mormorò:
— I vantaggi degli autori!
Poi, non avendo avuta alcuna risposta, i quattro si allontanarono fra le quinte, mormorandosi l'un l'altro e con grande convinzione: «È lui l'amante, è lui l'amante!» alludendo allo scrittore rimasto nel camerino. Intanto Farnese aiutava l'attrice ad infilare una grande redingote di foggia maschile e di color bleu e le tendeva la piccola toque di velluto celeste. Claudina e Farnese rividero i quattro bellimbusti, poco più tardi, fermi innanzi alla porta del teatro per assistere all'uscita delle signore. I quattro fecero, per essere osservati, una grande scappellata a Claudina, nel momento in cui l'attrice aiutata dallo scrittore saliva nella carrozza chiusa di lui. La carrozza partì subito per la oscura via della Pilotta. Lo scrittore aveva presa la mano all'attrice e le sfilava il guanto, mentre ella gli offriva di salir da lei a bere una tazza di buon thè autenticamente russo, per riscaldarsi un poco. L'attrice tacque per qualche minuto, poi cominciò a ritirare la mano; e Farnese chinandosi verso di lei potè vedere, al gran chiarore argenteo dei riflettori elettrici della Fontana di Trevi, due piccole lacrime brillare e gonfiarsi nell'intercilio della graziosa donna. Tacque anch'egli e tale era la lotta che si svolgeva in lui, che non trattenne nemmeno la mano della compagna, che sempre più si discioglieva dalla sua stretta amorosa. Ei sentiva rifiorire dentro la sua anima tutti i buoni sentimenti per Beatrice, pensò ch'ella lo aspettava forse, fiduciosa, in quel momento in cui egli stava per tradirla. Questo malessere spirituale cresceva tanto, minuto per minuto, ch'egli non analizzava nemmeno i sentimenti che doveva provare l'attrice per piangere, per liberare la sua piccola mano dalla stretta, per rincantucciarsi, come faceva, nell'angolo della vettura. Così quando, in piazza di Spagna, furono discesi innanzi alla casa di Claudina ed ebbero rimandata la carrozza, si guardarono in volto con una muta interrogazione. L'attrice, aperta la porta, aveva acceso una minuscola candela per salire le scale; e, come lo scrittore entrava sotto l'andito del portone per seguirla, secondo ciò che era stato stabilito al loro salire in carrozza, ella lo allontanò con la mano e con voce tremante lo pregò di considerare come non avvenuto il suo invito e di lasciarla sola. Farnese, dopo un primo momento di insistenza e di violenza — momento in cui il solo desiderio aveva tentato di imporsi — ad una seconda preghiera dell'attrice si era allontanato, baciandole solo la mano; e, poichè Claudina da dentro aveva richiuso il pesante portone, egli si era trovato solo, alla tramontana, sotto il brivido lungo e fremente delle stelle, senza conscienza di ciò che era passato in quella mezz'ora nelle loro due anime.
V.
Alla luce pallida che filtrava a traverso i vetri colorati dell'alta finestra, seduto ad una grande tavola di noce il cui enorme piatto intagliato era sorretto dalle braccia muscolose di quattro giovani fauni, Farnese lavorava. A volte lacerava iroso il foglietto che scriveva per cominciarne un altro lentamente e tranquillamente, e, quando sollevava il volto dai fogli per pensare con più raccoglimento, i suoi occhi si riposavano nella intimità e nell'eleganza di quel gabinetto da lavoro, dove la vera anima ed il vero gusto dello scrittore si rivelavano. Dietro la poltrona in marrocchino verde su cui egli era seduto, un arazzo copriva buona parte della parete, un arazzo dov'era riprodotta quella magnifica Allegoria della Primavera di Sandro Botticelli, ove le ignude e primaverilmente fiorite danzatrici sollevano con una grazia così melanconica il loro viso biondo animato da un sorriso enigmatico, misto di amarezza e di sogno. Al termine dell'arazzo era il busto di Farnese scolpito da Filippo Cifariello, il quale aveva saputo trasfondere in quel marmo tutta la complicata psicologia dell'artista. Il busto era eretto su di uno zoccolo drappeggiato da un damasco rosso e questo damasco s'innalzava poi per la parete, ov'era fissato da piccoli piatti di Capodimonte, fino ad un vecchio divano a spalliera dritta, ricoperto da una antica stoffa ecclesiastica. Dietro il divano, situato in angolo, era posto su di un altro zoccolo drappeggiato un busto in bronzo, una Mystica di Francesco Jerace. Una svelta biblioteca di noce intagliata correva lungo tutta la parete prospiciente alla finestra e formava angolo con un'altra che giungeva fino alla porta della stanza. In essa erano pigiati i libri più svariati, molti lussuosamente rilegati, altri sotto copertine di carta del Giappone. Da Eschilo e da Omero, tutti gli artisti passavano sotto gli occhi dell'osservatore, fino agli ultimi prodotti della letteratura modernissima, fino ai più forsennati simbolisti, fino ai più fastidiosi ibseniani. Un'altra piccola biblioteca era in un angolo, presso la tavola, a portata di mano dello scrittore; e vi si affollavano i suoi libri prediletti, la Manon Lescaut dell'abate Prévost, l'Adolphe di Benjamin Constant, Les liaisons dangereuses di Laclos, il teatro di Marivaux ed alcune commedie di Musset, tutte le opere di Stendhal, molti volumi di Balzac, le opere di Taine, i libri di Bourget e qualche altro. E fra i poeti, le Odi di Orazio, i versi di Catullo, le Canzoni a selva di Lorenzo de' Medici e fra i moderni, Baudelaire, Gautier, Edgar Poe e Verlaine. Alle pareti erano non pochi quadri, tra i migliori e di un gusto modernissimo. Intorno al ritratto di Farnese, meraviglioso di vivacità, eseguito da Antonio Mancini, erano le opere più discordanti e più delicate: un Motivo orientale di Marius de Maria, una campagna fiorita di rosee figure di donna di Cesare Laurenti, un Pierrot ed una Pierrette di Eugenio Blaas, quattro acqueforti di Félicien Rops ed alcune litografie di Odilon Redon; poi, oltre un suggestivo Simbolo di primavera di Walter Crane, tre quadri di quei potenti pittori scozzesi che lo scrittore prediligeva: un paesaggio lunare, un'ossessione di argento, di Macaulay Stevenson, una bimba in bleu di Francis Henry Newbery ed un Mare d'argento di Tom Robertson; in un altro angolo, sopra un piccolo arazzo, era riprodotto un magnifico angiolo di Melozzo da Forlì. I mobili più varî si affollavano nella stanza: accanto ai mobili del più puro stile Luigi XIII scolpiti preziosamente, erano mobili prettamente inglesi e divani e poltrone placidi e comodi, ricoperti di stoffa liberty. Ma dove si rivelava il gusto strano e complicato dello scrittore era nell'anacronismo originale delle consolidi, dei bahuts antichi con piccoli acquarelli incastrati, e dei piccoli tavolini di Bull, ricoperti di ninnoli, di statuette, di gingilli, di ritratti, delle curiosità più autentiche, dalle vecchie lacche chinesi ai minuti oggetti d'argento, dalle bonboniere antiche alle figurine di Saxe, dai curiosi bronzi cinesi raffiguranti bestie favolose ai fragili ninnoli di Sévres. Un leggio sostenuto dalle braccia di due negri invitava, presso la finestra, all'igienico lavoro in piedi. Un largo spazio, al centro della stanza, permetteva allo scrittore di muoversi durante le ribellioni febbrili dell'ispirazione. Sul caminetto, uno specchio oblungo di Murano, un po' verdognolo per il tempo, rifletteva le prime rose dell'anno, poste nei piccoli vasi di cristallo dalle mani affettuose di una dolce donna.
Lo scrittore correggeva una delle scene della Chimera la cui prima rappresentazione doveva aver luogo l'indomani. L'ispirazione recalcitrava; ma, dopo aver cozzato contro uno scoglio più grande con un urto decisivo, l'artista ebbe il sopravvento e l'ispirazione fluì limpida e facile, come l'acqua di un ruscello ombroso. Terminata quella scena, Farnese avrebbe dovuto correggerne un'altra ancòra del primo atto e tentò, ma invano, poichè la limpida vena della fantasia s'era arrestata, d'un tratto. Egli gittò via la penna, picchiandola sul tavolo con uno di quei gesti irosi ch'egli aveva quando al suo pensiero non corrispondeva più, armoniosa interprete, la parola. S'alzò sempre più agitato, camminò in fretta per la stanza per calmare i suoi nervi:
— È inutile pensarci, si trovò a dire ad alta voce. Per oggi è finita. L'incanto è rotto. Che mestiere curioso e stupido è mai il nostro! Mestiere di gente il cui ingegno non incede se non caricato da un'eccitazione nervosa, come un orologio da una molla. E quando la molla si ferma, tac, voi non avete modo di rimetterla in movimento e dovete aspettare i beneplaciti del caso. Ecco perchè son tanto facili e tanto difficili nel tempo stesso i capolavori. Scommetto che Shakespeare non ha sofferto un'ora di scoraggiamento o di rilassatezza scrivendo Amleto o la Tempesta! E Molière ha scritto fra una rappresentazione e l'altra di quelle buffonate che erano l'Impromptu de Versailles e il Medecin malgrè lui, ha scritto in poche ore, per la sua compagnia di commedianti quei capolavori che si chiamano Tartuffe e Misantrope. Gli sono costati più sforzo di lavoro che non quelle buffonate? No. Solamente queste volte il genio ha squillato. E Balzac non ha scarabocchiato in poche notti, per pagare i suoi creditori, César Birotteau? E ci si deve prender tutto questo affanno per creare queste chiacchiere, frutto della vostra sofferenza, che il primo damerino blasè può fischiarvi tranquillamente! Ah, sì, Loredano ha ragione, in fondo..... Al diavolo!