Beatrice non rispose: avviticchiata a lui, continuava a coprire le sue guancie di frequenti baci, lievi, casti, ma appassionati. Sotto quell'onda amorosa lo spasimo di Giuliano cresceva ad ora ad ora. Eppure non era la prima sera ch'egli aveva baciato la moglie, dopo di aver baciato poche ore prima un'altra donna. Ma i baci di Claudina gli sembravano più gravi. Egli aveva la sensazione che il suo incontro con Claudina non si sarebbe fermato a quella sola caduta, come la donna aveva ingiunto. Quasi un senso di fatalità, quasi il peso di un male che già si conosce come deve avvenire, opprimevano la sua anima. Intanto Beatrice, quella Beatrice per cui egli aveva tanto delirato, quella Beatrice immacolata che l'aveva reso così felice, baciava le sue labbra, mai sospettando che quelle labbra poco prima avevan pronunziato un delittuoso offertorio d'amore per una vergine battuta dalla veemenza del sangue ignaro, come una fragile canna in balìa di un vento impetuoso! Quella confidenza di sua moglie lo feriva, lo umiliava. Tutta la miseria delle sue incoerenze s'attristiva in lui. Due lacrime spuntavano nell'intercilio, sole, grosse, silenziose.
— Tu piangi? domandò Beatrice agitata e si chinò ancòr più su lui, l'abbracciò più fortemente. — Ma che hai, Giuliano? Per carità, dimmi che è questo, che significano quelle lacrime?....
— Nulla, nulla, Beatrice, un po' di spleen, la solitudine, la stanchezza.... E poi la tua affettuosità è così dolce che mi commuove profondamente....
Giuliano asciugò quelle due lacrime bollenti. Beatrice s'era levata e, sorridendo, gli aveva prese le mani e tirava per costringerlo ad alzarsi dalla poltrona. Amorosamente avvinti, fecero qualche altro passo per la stanza. Beatrice tentava di consolarlo, gli diceva delle parole dolci. Come furono al divano, dove Claudina un'ora prima si era concessa all'amore, Beatrice attirò Giuliano perchè vi cadessero insieme, ancòra avvinti:
— No, no, non lì! gridò Giuliano, con una voce convulsa, mentre nella sua anima il disgusto versava l'ultimo fiele.
Beatrice si staccò da lui, lo interrogò con gli occhi, sorpresa da quel grido incomprensibile. Giuliano, sentendo la spiegazione necessaria, trovò la forza d'essere vile e disse con un falso sorriso che era un ghigno:
— Sai, si sa come si comincia.... e non si sa come si finisce!
Beatrice, ridendo e protestando, si coprì il volto con le palme. Giuliano ebbe per un attimo, nitidissima, la visione dell'abisso verso cui si avventava.
VI.
La sala del Teatro Nazionale rigurgitava. L'annunzio della nuovissima commedia del grande scrittore vi aveva attirato il pubblico più vario ed imponente, il pubblico delle più solenni prime rappresentazioni. Tutta Roma era rappresentata in quella luccicante sala di teatro. I palchi si fiorivano a poco a poco delle signore più eleganti, i proscenii delle orizzontali più altamente quotate nella fiera dell'amore. La Roma aristocratica, politica, finanziaria, artistica, letteraria e la cosmopoli del piacere s'eran date convegno quella sera in quei palchi e quelle poltrone. Qualche minuto prima delle nove, Beatrice entrò in un palco, accompagnata da Leonardo Loredano. I suoi nervi tremavano, tutto il suo essere palpitava nell'attesa insopportabile. Per ingannare la sua emozione e la sua ansia, ella si mise a guardare con l'occhialino la sala sempre più rigurgitante. Qualche amica le sorrideva da un palchetto, le faceva un gesto di augurio. Qualche uomo dalle poltrone le si inchinava. Da un palco di giornalisti molti binocoli furon rivolti verso di lei. La folla continuava ad entrare. Alcuni palchi si riempivano di ufficiali. Nella barcaccia di un circolo elegante già si trovavano il re ed i principi dell'eleganza, Filippo Verra, contornato dalle marsine inappuntabili e dalle cravatte ideali dei suoi giovani amici e discepoli, Celli, de Lise, Santacroce, Filangieri, Morosini, Sammartino, Ugenta, e tanti altri. A poco a poco anche le poltrone si riempivano di letterati e d'artisti. Andrea di Vele aveva salutato Beatrice. Beatrice aveva anche visto il viso imberbe e napoleonico di Luciano di Mèllare, «un profilo di medaglia», come aveva detto Loredano. Aveva visto insieme Claudio La Loggia e Giorgio Lavena, i due scrittori che si facevano più concorrenza, e si diffamavano regolarmente a vicenda e quanto meglio potevano. Diego Vassura faceva lo snob nei palchi delle signore più stemmate; vecchi e giovani scrittori erano a gruppi, qua e là, giornalisti, pittori, musicisti, scultori, attori. Paolo Èroli, il grande pittore, uno dei più intimi amici di Farnese, era salito a salutare Beatrice. In un palco era apparso Marco Torrero con sua moglie. Il celeberrimo giornalista che oramai non appariva più nei teatri, non aveva voluto mancare a quella prima rappresentazione di Farnese, suo amico fedele, scrittore che aveva fatto sotto il di lui auspicio le prime armi, ingegno ed anima d'artista ch'egli prediligeva. Torrero rispondeva annoiato torcendosi i piccoli baffi biondi ai saluti, mentre sua moglie, la celebre scrittrice, scorreva i giornali della sera e rideva sovente di un suo sonoro riso meridionale. In quel palco era poi entrato Claudio Sanna, il compare di battesimo di Farnese, come amava chiamarsi. Il grande romanziere aveva illuminato la sua larga faccia geniale d'un sorriso affettuosissimo scorgendo nel palco di rimpetto Beatrice che lo salutava. I critici drammatici entravano: Filippo Ruffo, Roberto Drago, Giacomo Spada, altri. Entrò poi Alessandro Sanfilippo che redigeva nel gran giornale di Torrero la «Serata teatrale» dove, dopo una prima rappresentazione, in poche frasi eleganti e spirituali, descriveva il successo, la messa in scena di ogni atto, gli abiti e le acconciature delle attrici, il pubblico, gli incidenti; narrava la storia della commedia, malignava su i dietroscena di palcoscenico. Egli passava tra la folla degli spettatori con la sua faccia tonda e rosea, incorniciata di barba bionda. Molte mani si stendevano sul suo passaggio: egli ne stringeva la maggior parte con noncuranza e con sufficienza, solo per qualcuna egli sorrideva e s'inchinava riverentemente. La folla aumentava sempre più. I palchi, colmi di signore in abiti sontuosi e chiari, sembravano ceste di fiori il cui bordo fosse di velluto azzurro. Dietro si rinnovava continuamente la turba degli abiti neri. Da molti palchi dardeggiavano i monocoli, con arie insolenti. Qualche signora alle poltrone interrompeva la monotonia degli abiti neri e degli sparati candidi. La sala offriva un delizioso colpo d'occhio.