Di qua e di là, nei palchi e nelle poltrone, si parlava animatamente di Farnese e della commedia che stava per rappresentarsi. S'incrociavano le discussioni, s'intessevano gli elogi, s'agganciavano le indiscrezioni, un formicolìo d'idee, un turbinìo di concetti e di parole, una ridda di verità e di menzogne, una scorribanda di apologie e di anatemi.
Lavena e La Loggia, giù nelle poltrone, parlavano sottovoce per non essere intesi:
— Mi ha detto oggi Savarese, mormorava Lavena, che sarà un trionfo. E Savarese fa testo perchè vede giusto: un'anima di profeta sotto la scorza d'un direttore di teatro. Incontrai l'altra sera alle Varietà Giuliano e sua moglie e mi raccontarono il soggetto. Se una commedia si basasse solamente sul soggetto, potrei da ora preconizzarti un fiasco. Ma vi sono altre cose e v'è da sperare. Del resto Farnese, sebbene sia un po' volpe vecchia, un abile marionettista, ha dello spirito, della modernità, dell'emozione ed io l'amo molto!
— Va là! disse La Loggia, a chi vuoi darla ad intendere? Tu desideri più un fiasco per Farnese che un successo per te. E dì pure di no: vuol dire che ti conosci male, o meglio che non ti vuoi conoscere bene. Tu già sai quanto me la ricetta farnesiana. Prendete un soggetto la cui vacuità sia così profonda che a pensarla dia le vertigini; rimpolpate questo osso vuoto con carne pesta di belle chiacchiere, gettate il tutto in un recipiente dove sia dell'eleganza e della stranezza; ritiratelo poi ancòra umido e passatelo nella cipria di un'amabile fantasia, condite con una salsa nella quale siano tutte le spezie di qualche scena ad effetto, un po' d'emozione, molto spirito, un pizzico d'ironia; non trascurate abiti belli per le donne, arredi scenici eleganti, qualche squarcio brillante, qualche cortesia pel mondo femminile; fatto questo, servite caldo caldo ad un pubblico di donne eleganti e di orizzontali, di ministri, di deputati, di viveurs e ad una maggioranza di imbecilli — ed avrete un successo magnifico, solenne, garentito per un anno, come un orologio da sette od otto lire! Non è così, forse? Siamo sinceri!
— Tu esageri, via, insisteva Lavena. Farnese ha dell'ingegno!
— E chi ti dice il contrario? replicava Claudio La Loggia. Oh, lo so anch'io che ci vuole moltissimo ingegno, prima per combinare quella ricetta e poi per eseguirla. Ci vuol ingegno, spirito, cultura e cuore. Ma dall'essere un uomo d'ingegno all'essere un riformatore del teatro drammatico come vogliono farlo credere i suoi gregarii, eh via! v'è gran differenza. Farnese è un abile uomo di teatro; ecco tutto. La tua commedia deve passare dopo la sua, n'è vero? Sì? Altra ragione, dunque, per augurargli un disastro!
Il movimento continuava. Il nome di Farnese, i titoli delle sue opere, qualche aggettivo s'incrociavano a volte. Verso il palco di Beatrice, la quale ingannava la sua impazienza in un diluvio di ciarle con Loredano e con Èroli, si appuntavano i fuochi di molti occhialini curiosi e i più frugavano nel fondo del palco con la speranza di scoprirvi la maschia figura dello scrittore. Altri critici giungevano, altri mondani. Non più un posto era vuoto, in platea, in piedi, alle gallerie; erano state aggiunte sedie e poltrone, e non v'era modo di muoversi. Beatrice aveva visto un momento apparire Farnese all'ingresso delle poltrone e subito nel teatro molti sguardi s'eran rivolti verso di lui, alcune malignità s'erano incrociate:
— Viene a bruciare le ultime cartucce.
— Le ultime raccomandazioni ai critici.
— Quasi che essi non avessero l'articolo già pronto!