— Sapete: non si è mai abbastanza sicuri....
Giuliano Farnese, dopo avere stretta qualcuna di quelle mani che si tendevano verso di lui e dopo avere scambiata qualche parola con Filippo Ruffo, il famoso critico, era scomparso. Quel pubblico magnifico s'impazientiva nella sala.
Il segnale che la rappresentazione cominciava squillò. Un gran silenzio si fece, repentinamente. Beatrice sentì fremere in lei la sensazione dell'irreparabile, una lacrima di emozione le imperlò il ciglio; Loredano le sorrise, Èroli le mormorò una parola di speranza. Il sipario si levava. Un mormorìo si diffuse in tutto il teatro. La scena rappresentava un terrazzo elegante, rischiarato da lampioncini alla veneziana; il terrazzo era verde di piante, ingemmato di fiori. L'ammirazione saliva dalla sala verso quella messa in scena deliziosa. Già le battute secche ed aspre come schiocchi di scudiscio che erano nel dialogo di Farnese, s'incrociavano, s'accavallavano, si distruggevano. Claudina Rosiers era in scena con Lorenzo Gray. La contessa di Varrena — il personaggio che incarnava Claudina — perseguiva la sua Chimera, la Chimera dell'uomo perfetto, della passione sublime, del vincolo indistruttibile. Lorenzo Gray le faceva la corte, tentava di sorprendere in lei l'attimo di vulnerabilità. Ella, distesa su una poltrona, si lasciava cullare dalla canzone amorosa dell'innamorato. L'atto si svolgeva, rapidissimo, denso d'idee, ora lieto, ora malinconico, mentre tre o quattro tipi di uomini tentavano, ciascuno al suo turno, la conquista della chimerica contessa. L'atto si chiudeva con una brillante invettiva che la donna, esasperata dall'inutilità della sua aspra ricerca, scagliava contro le quattro marionette che le si prosternavano.
I primi applausi scoppiarono. La commedia in quel primo atto si disegnava perfettamente, l'abilità scenica del Farnese vi era prodigiosa, lo spirito e la grazia vi scintillavano all'apogeo. Il successo si pronunziava nei primi giudizii, nelle prime discussioni e la costernazione già annuvolava qualche viso invidioso.
— Chi sa mai dove sarà Giuliano, a quest'ora? domandò Beatrice, già felice pel lieto avvenimento che oramai era d'ora in ora più probabile.
— Tu sai il suo sistema: uscire dal teatro quando s'alza il sipario, prendere una carrozza e farsi trascinare fino al momento in cui calcola che la rappresentazione stia per finire. Prima del quarto atto non sarà qui.
Beatrice, ponendo un dito su le labbra, impose silenzio, poichè il sipario si rialzava per il secondo atto, questa volta sul boudoir della contessa Varrena, di una squisitezza eccezionale. Claudina era in scena circondata dagli ammiratori, dei quali, chi le rendeva un servizio, chi le dedicava un sospiro, chi le arzigogolava un madrigale, chi le diceva una frase d'amore, chi una mezza insolenza. A poco a poco, ella aveva la prova della fatuità e della vanità di quegli uomini che le protestavano ovunque e comunque il loro amore, e in un momento di esasperazione, li giocava uno dopo l'altro, mostrando bene ai bellimbusti che se essi avevano tentato di farsi gioco di lei, ella li aveva preceduti nel loro disegno. Li metteva, così, finemente alla porta ed i Proci cui la casta Penelope aveva rovesciato tutte le liete speranze, riprendevano con arie affrante e visi smorti i loro mantelli ed i loro cappelli, per uscire mogi mogi da quel salotto ove erano entrati poche ore prima, in un momento in cui credevano baldanzosamente che ne sarebbero usciti vincitori. Suonavano le dieci e mezzo quando, usciti i corteggiatori, Claudina rimaneva sola in scena, e non sapendo che fare, chiamava la cameriera per farsi aiutare a svestirsi. Ma aveva appena cominciato quando Gray compariva su la soglia: era passato, tornando dal Circolo, e avendo visto le finestre illuminate era salito. Così Claudina licenziava subito la cameriera, riparava alla meglio al disordine suggestivo delle sue vesti, — e la grande scena cominciava. Quelli attori perfetti che erano Claudina Rosiers e Lorenzo Gray eseguirono ambedue meravigliosamente quella scena che era il pernio della commedia; sovente Claudina fu interrotta dalle approvazioni. Era una scena di grazia e di emozione, di verità e di tristezza: l'uomo sinceramente innamorato, il solo che sentisse veramente il suo cuore gonfio di passione, non voleva più resistere a quella pena e, sotto la suggestione morbida delle piccole nudità dell'amata, a poco a poco smarriva le staffe, la passione turbinava ed egli tentava su la donna la resa. Ma questa, esasperata ancòra dalle prove di menzogna e di nullità che le avevano dato poco prima i suoi corteggiatori, non sapeva fatalmente distinguere che quell'uomo che ora le parlava d'amore era sincero, che nella sua voce vibrava il sentimento, non s'avvedeva come quell'uomo incarnasse la Chimera di cui ella andava all'affannosa ricerca; vedeva solamente in lui il maschio brutale, il seduttore, l'uomo che prende il frutto che gli si offre senza ch'egli ne senta la brama, e, non tenendo conto dell'omelia d'amore che il giovane le celebrava vibrante di passione, ad un momento ch'egli era divenuto più audace, lo metteva alla porta, con le più crude parole.
Il successo era salito enormemente. L'atto di una finezza e di un'amarezza infinite aveva destato sussulti in tutti i cuori ed al calar del sipario su quel fatale inganno tutte le mani s'erano sollevate all'applauso, specie quelle delle donne, ognuna delle quali trovava nella propria anima un brandello della chimera cara alla contessa di Varrena. Nella platea e nei corridoi la discussione aumentava sempre più: i critici drammatici erano attorniati, spiati, tenuti d'occhio da taluni che poi salivano nei palchi delle signore a dire: «Filippo Ruffo ha detto che è il capolavoro di Farnese»; o pure: «Roberto Drago mi ha detto che è un disastro». Alcuni letterati e giornalisti discutevano in gruppo, gli altri autori drammatici serbavano un contegno indifferente e impenetrabile. Quei corridoi, a momenti, sembravano bolgie infernali. Andrea di Vele era salito nel palco di Beatrice, le aveva portato le più schiette congratulazioni, riferendole le dicerie delle quinte e dei corridoi. Andrea di Vele era il più intimo e caro amico di Farnese, cui piaceva per l'ingegno sbrigliato, pel carattere leale ed amabile e la conscienza integerrima: anzi, egli lo aveva soprannominato «il Cavaliere senza macchia e senza paura» e Andrea di Vele aveva accolto con piacere quel soprannome che l'onorava. Era un giovine alto e maschio, bruno, con due occhi di fuoco, i mustacci rialzati, di un'eleganza sobria ma squisita. Buon parlatore ed un po' prezioso — ciò che aumentava fascini al suo discorso — egli portava nelle conversazioni il corredo brillante della sua simpatica cultura, lo scintillio del suo ingegno letterario, l'esperienza della vita ch'egli aveva avuta burrascosa, la conoscenza del mondo ch'egli aveva corso in lungo ed in largo, da Battro a Thule come dicevano i Romani, secondo le loro estreme cognizioni geografiche.
Ora Andrea di Vele raccontava di essere salito in palcoscenico per trovarvi Giuliano, ma di averlo cercato invano; aggiunse poi che Claudina Rosiers, complimentata, festeggiata, glorificata, era nervosissima per l'assenza del suo autore. In quel momento Beatrice, Loredano e di Vele udirono pronunziare queste parole da un signore molto smart che era con alcune signore nel palco contiguo al loro: