— Ebbene, vieni, susurrò l'attrice sempre più piano, ma con passione veemente, tendendo ai baci dell'amante le labbra dischiuse come un fiore.
Quando si disciolsero da quel bacio supremo, Giuliano aprì la porta e la cameriera entrò. Seduto su una stinta poltrona, lo scrittore assistette alla toletta della grande attrice. Ella si spogliava celermente degli abiti che aveva indosso, li gettava su le sedie e le poltrone, a caso e febrilmente. La cameriera intanto distendeva le pieghe del nuovo abito che l'attrice doveva indossare; questa, seduta innanzi allo specchio della toeletta tutta bianca e spumante di merletti e di veli, e con le braccia nude rialzate ad arco, riannodava le trecce un po' rallentate; poi prendeva con la punta del mignolo un po' di pomata in una scatola di porcellana, tra la moltitudine di scatole, di barattoli, di vasi, di tubetti che ricoprivano la tavola; con una zampetta di lepre spandeva con parsimonia il belletto su le guancie, che poi accarezzava di nuovo con una delle piccole spugne pel bianco; passava appena su le sopracciglie il crayon mysterieux, inumidiva le mani di vasellina. Siccome la voce di Savarese sollecitava al piano superiore alcune attrici, Claudina gettò in fretta l'accappatoio, sciacquò le mani, infilò la gonna pianamente, aiutata dalla cameriera prudente perchè non guastasse passando la pettinatura. Mise un abito di broccato vieux-rose coperto in parte di un lucente giavazzo verdone, che discendeva a grandi pieghe sotto due stole di merletti veneziani, i quali anche incorniciavano il collo candido e gli esili polsi venati d'azzurro. Diffuse ancòra con un piumino su le guancie una cipria rosea, ne diffuse anche su i bei capelli d'oro che apparvero inargentati di brina; si guardò nuovamente nello specchio, tese la mano a Giuliano, gli mormorò qualche parola all'orecchio e, mentre l'uomo sorrideva, ella entrò in scena per compiere il suo trionfo ed il trionfo del suo benamato. Uscito fra i praticabili, questi riguardava da un foro l'imponente sala di teatro, corsa ancòra dalla scintilla elettrica di quelle frasi suggestive che Claudina pronunziava, cesellando lentamente le poche scene di cui quell'atto si componeva. L'uomo che la chimerica donna aveva disprezzato la salvava dall'abisso aperto sotto i suoi piedi; ella però non si sentiva degna d'amare e d'essere amata da quell'uomo e la triste commedia si chiudeva malinconicamente con un grido angoscioso dell'innamorata innanzi allo spettacolo di quel suo bel sogno perduto.
Quale proprietà continua di sdoppiamento deve essere in noi, se lo scrittore godeva del successo che lo illuminava e nel tempo stesso soffriva per ciò che quel successo recava di conseguenza? Egli vedeva la tela calare, udiva l'applauso echeggiare solenne, vedeva gli attori ricomparire più volte alle chiamate del pubblico, prima uniti, poi solamente Claudina Rosiers. Alcune voci del pubblico gridavano il suo nome, già frotte di amici invadevano il palcoscenico, serravano le mani del trionfatore di quella sera, parole inebrianti di elogio già susurravano al suo orecchio. Ma egli ascoltava distratto, spiando i passi di Claudina, tendendo l'orecchio a sorprendere le parole che l'attrice pronunziava tra i gruppi di marsine che l'assediavano. Era gelosia, forse, quel sentimento rabbioso ch'egli sentiva quella sera verso ognuno che parlava a Claudina, verso ognuno cui l'attrice acclamata sorrideva nella vicenda dei saluti e delle conversazioni? Egli vide dall'altro lato Gray che passeggiava anche lui in fondo alla scena, ancòra in marsina e cravatta bianca, morsicchiando una sigaretta spenta, intento a scrutare ogni piccolo movimento dell'attrice, attento a cogliere il più insignificante monosillabo che cadeva dalla bocca di lei. Giuliano sorrise al vedere quella sua precisa immagine, come una persona che faccia innanzi ad uno specchio una smorfia comica, ride per il primo dell'espressione che ha il suo viso contraffatta. Intanto la folla innanzi a lui aumentava. Lo scrittore vedeva visi di persone incontrate una sola volta e che si erano ricordati di quella presentazione per poter «salire in palcoscenico a salutare l'autore». I suoi più gelosi colleghi gli scandivano le parole più melate, le sillabe più lusinghiere armonizzavano gli accenti più rispettosi. I clubmen si confondevano con gli artisti bohèmes, gli uomini di banca coi letterati, i giornalisti con gli indifferenti, gli attori con i critici. Farnese, nell'ansia che lo teneva, pure trovò per tutti una parola, un sorriso, una frase. Ma quando vide sua moglie entrare, accompagnata da Loredano e da Torrero, nel camerino di Claudina ove l'attrice era già rientrata, egli non seppe più reggere e si precipitò. Come fu su la soglia, sua moglie gli gettò le braccia al collo, pianse sul petto di lui per una bella e superba commozione. Le sue idee e la sua presenza di spirito impallidivano talmente che egli non sentiva nemmeno le frasi di elogio e di gratitudine che Beatrice rivolgeva alla grande attrice ed il desiderio che esprimeva di abbracciarla. Solamente quando vide sua moglie serrare tra le braccia quella Claudina che attentava alla sua felicità, quando vide due lacrime brillare negli occhi dell'attrice, la sua commozione fu così prepotente che egli non resse più, uscì su la scena, passò in fretta tra la folla variopinta e chiassosa degli attori, degli intrusi, dei macchinisti, dei pompieri, senza salutare nessuno, senza vedere le mani che si tendevano verso di lui al suo passaggio; uscì dal palcoscenico, traversò i corridori ancòra affollati di pubblico; già si avviava verso la porta per lasciare il teatro, ma, quando la voce di una persona presso di lui mormorò indicandolo: «È Giuliano Farnese», ei si ricordò che usciva senza salutare Claudina. Si fermò al botteghino del teatro, scrisse sopra una carta da visita due righe indicando a Claudina il luogo ove l'avrebbe attesa, consegnò questo biglietto perchè fosse recato immediatamente a Claudina Rosiers e si allontanò. Egli percorreva le vie in preda alla febbre. Le vie erano affollate di gente che, uscendo dai teatri e dai ritrovi, si avviava al riposo od alla festa notturna; lo scrittore passava in mezzo a questa folla, urtandola, trascinato a volta dalla corrente, sentendo il peso della sua infinita miseria, egli ch'era il trionfatore di quella serata. E mentre le donne e gli ammiratori lo pensavano circondato da amici ad assaporare la gioia del successo, egli traversava le vie solo e triste, misurando l'abisso verso il quale scendeva, l'abisso ch'ei scorgeva sempre più prossimo, senza che ciò gli desse la forza necessaria per ritrarsene in tempo.
Perchè non partiva, magari anche in quel mattino che tra poche ore sarebbe sorto? Egli si domandava questo, entrando nel portone del Circolo della Caccia, salendo le scale, lentamente. Poi, mentre il domestico lo sbarazzava del soprabito e del bastone e poichè questi gli dimandava se desiderasse cenare, egli chiese un brodo ed un bicchiere di porto rosso. Poteva egli partire, come aveva pensato? Si domandava questo nel piccolo salotto dov'era attendendo la sua cena frugale. Partire era presto detto! E gli obblighi, il lavoro, gli interessi, la famiglia? Ma, anche trascurando tutto ciò, che valeva partire? Poteva una distanza di duecento o di trecento chilometri levargli dal cuore il veleno che vi si era versato? Non era più tosto semplicemente dilazionarne l'effetto letale ed irrimediabile? Partire con Beatrice? Avrebbe egli forse mancato di pretesti per tornare a Roma, quando il desiderio ed il rimpianto di Claudina ve lo avessero richiamato, cioè sùbito? Quella sua idea del destino che si compiva ed al cui corso non eran da opporsi argini di ragionamenti e di rimorsi, lo riprendeva ora che tante impossibilità gli apparivano. Il domestico intanto gli portava il brodo e la bottiglia del porto:
— Il marchese Filangieri ha dimandato s'ella era al Circolo. Cosa devo rispondergli?
— Rispondete che no. Desidero d'essere solo. Attendo qualcuno.
Bevve in fretta il vino, sorbì qualche cucchiajata di brodo.
— Anzi a questo proposito, disse al domestico rendendogli la tazza, una persona in carrozza chiusa deve venire fra poco a cercare di me. Vi prego di avvertirmi sùbito.
— Va bene, signore, — e mentre il domestico s'inchinava ed usciva, egli si distese in una poltrona, socchiuse gli occhi, ripreso dai suoi fantasmi di tristezza e di rimorso, attendendo.