Disgustato di che? Disgusto per chi? Non era egli forse più misero e più sciocco degli altri? Per mesi e mesi una donna aveva potuto ridere di lui, senza ch'egli se ne accorgesse, senza ch'egli dubitasse, seriamente e a fondo, della fedeltà di lei alle sue promesse di un giorno, tante volte rinnovate. Le frasi lanciategli sul volto da Claudina gli ritornarono alla memoria, gli avvamparono le guancie di un sangue sconvolto. Al giusto grido di passione di lui, all'ultimo grido d'invocazione del geloso verso la dolce verità, ella aveva risposto svelando definitivamente il triste segreto, tra la volgarità dei suoi insulti da palcoscenico. Che aveva egli fatto per essere, non solo tradito, disprezzato e avvilito dalla donna che adorava, ma anche vilipeso ed insultato? Di quale colpa ignorata o lontana egli soffriva l'espiazione in quel dolore così forte, che gli insanguinava l'anima, che gli inumidiva con le più amare lacrime le guancie di nuovo impallidite per lo spasimo?
Giunse in piazza di Spagna. La piazza era oscura ed i rari fanali tremolavano, or sì or no, ad un vento notturno. Egli ricordava altre notti, rigide ma limpide notti d'inverno, quando accompagnava Claudina dopo il teatro e l'amica lo invitava a salire in casa sua, per bere una buona tazza di autentico thè russo, fatto da lei stessa innanzi a lui, mentre le sue parole folleggiavan qua e là, senza argomento e senza conclusione. Quel soave cicaleccio era oramai cosa lontana e morta. Dietro quelle finestre illuminate, Claudina era con un altro, il quale riceveva i baci che egli aveva sognato, ed abbandonava il capo sul petto di lei e si faceva carezzevolmente cullare dal respiro di lei, com'egli aveva tanto sperato. Una vampa di follìa invadeva il suo cervello. Si sorprese a ridere solo in quella via deserta e l'eco di quella risata gli apparve tragica. Il cielo si annuvolava, sempre più nero e minaccioso; soffii di vento caldissimo passavano più frequenti. Lembi di vita trascorsa apparivano intanto a Gray, vecchie cicatrici della sua anima si riaprivano con dolore, illusioni disperse balenavano ancòra innanzi al suo pensiero col loro antico colore primaverile oramai appassito. Ma, sopra tutto, si concretava spietato ed acerrimo, innanzi agli occhi dell'imaginazione del geloso, l'abbraccio felice di Claudina e del suo amante, oltre quella finestra illuminata.
Quante ore egli rimase così, di contro a quella finestra inesorabilmente luminosa? Egli non lo avrebbe potuto dire; sotto l'imperversare di quella raffica di desolazione sentimentale le ore passavano, nel tempo stesso celeri e lente: lente per il suo spasimo e celeri per il timore che il sole gli recasse sofferenze più crude. Quella finestra inesorabilmente luminosa gli sembrava uno scherno crudele. Egli desiderava che quella luce si spengesse: finchè v'era luce, v'era anche vita ed amore in quell'alcova! Finalmente la luce s'affievolì, poi si spense, le finestre furono mute e la vita gli sembrò sospesa e con essa il suo spasimo. Inavvertitamente, egli aveva traversata la via per evitare un gruppo di uomini ebri che passavano cantando e schiamazzando, ancòra più truci in quella solennità notturna.
Il geloso si era appoggiato al muro della casa di Claudina ed attendeva: chi? che cosa? Una forza indefinibile lo teneva lì presso, nè egli poteva cozzare contro quella forza, per allontanarsi, per rientrare in casa sua. Dopo pochi minuti, il portone della casa di Claudina cigolò su i cardini ed un uomo uscì. Come questi si era soffermato per accendere un sigaro contro il vento, Gray aveva potuto riconoscere la fiera figura di Giuliano Farnese. Lo scrittore era passato innanzi a lui senza vederlo ed il primo impeto di Gray era stato di slanciarglisi contro. Ma perchè? Con quale scopo? E col desiderio di quale esito? Bisognava non cedere al primo impeto, bisognava colpire quell'uomo più a dentro, nel cuore e nella vita, profondamente. E ciò non si otteneva nè con un insulto, nè con un'aggressione volgare. Il geloso guardò l'amante felice allontanarsi lungo quella via, col suo passo fermo e virile, di cui a lungo gli giunse e sempre più fioca l'eco insistente.
Fu allora che la raffica del suo dolore salì all'apogeo. L'idea di colpire quell'uomo che lo faceva soffrire gli sorrise ed egli entrò in un caffè notturno — ch'era precisamente sotto la stanza dove poco prima gli amanti si erano amati, — per mettere ad effetto il primo disegno che era apparso nella sua mente sconvolta. Chiese un foglio di carta da lettere, scarabocchiò due righe in cui affermava che Giuliano era l'amante di Claudina Rosiers e che costei rimaneva a Roma per restare col suo amante; scrisse su la sopraccarta il nome e l'indirizzo della moglie di Farnese, uscì per gettare alla posta quella anonima denunzia. Una buca da lettere era su la facciata dell'Hôtel d'Europe, quasi di fianco al caffè. Ebro della sua vendetta, l'attore corse a quella buca, vi lasciò cadere la lettera.
Ma aveva appena compiuto quel gesto, quando gli apparve nitida la visione della bassa infamia commessa. Egli aveva lanciato il dolore ed il male contro una donna a lui ignota, ma che sapeva buona; aveva seminata la lotta in una famiglia, fra una moglie innamorata e i figli innocenti. Tutta la sua conscienza si ribellò contro lui stesso; unico suo pensiero fu di riprendere quella lettera e distruggere la volgare denunzia. Se non che egli si trovava innanzi all'inesorabile irreparabilità del fatto compiuto. Come fare? Follemente s'attaccò alla buca, tentò di scuoterla, tentò di introdurvi nell'apertura il suo bastone. Ma quei tentativi erano inutili. Un'altra disperazione, un altro dolore — ed il più atroce, il rimorso — s'aggiungevano a quelli che già diffondevano un gelo di morte nel suo cuore. Accese un fiammifero, pensò di gettarlo nella buca, di ardere tutte le lettere che vi si contenevano e fra quelle la sua. Ma sapeva forse egli cosa distruggeva, quali responsabilità veniva ad assumere e quali conseguenze il suo atto inconsulto poteva arrecare? Ah, cosa aveva mai commesso nella follia, quale vergogna!.... La sua conscienza tumultuava, come il suo sangue turbolento s'agitava nelle vene. L'infamia era commessa oramai irreparabilmente. Vano il rimorso, vano ogni tentativo! La follìa batteva a tratti nel suo povero cervello. Grossi goccioloni di pioggia cominciarono a cadere. Il suo dolore di prima scompariva sotto il nuovo spasimo. Nulla valeva oramai a fermare il galoppo del destino, di cui egli non era, col suo atto di poco prima, che l'umile strumento! Il sole non avrebbe ancòra sfolgorato in tutta la sua gloria d'oro che già la sofferenza ch'egli aveva seminato avrebbe purtroppo dato i più tristi germogli, preludiando forse anche al dramma. Egli rimase a lungo, stupidito, appoggiato a quella cassetta. Ora la pioggia cadeva a rovesci. L'alba lo sorprese coi suoi chiarori antelucani, ancòra immobile sotto la tempesta d'acqua, presso quell'oggetto che racchiudeva l'umile ed ignobile mezzo di un irreparabile destino che si compiva.
XI.
La colazione finiva tra gli scoppii di risa dei bambini. Giuliano si levò, accese una sigaretta, si distese in una poltrona, prese su le ginocchia il piccolo Luca.
— Così che, dimandava alla moglie, lady Tremmel ha fatto miracoli. Vi erano belli abiti, molta gente, molto entrain?